A Romney la scorta di Obama Il suo stratega: «È uno solido»

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Chi è l'uomo artefice del successo del candidato mormone


NEW YORK — «Vedi, le campagne elettorali sono combattimenti. Gli argomenti sono le nostre armi: chi ne ha di più vince. Per questo in Florida ha vinto Romney: quando la polvere degli attacchi, delle polemiche, si posa, Mitt è l'unico che può dire di aver fatto cose concrete, da imprenditore e da governatore. I tre rimasti a sfidarlo sono politici puri, gente di Washington». Stuart Stevens, lo stratega della campagna di Romney, tira un sospiro di sollievo dopo i giorni difficili della sconfitta in South Carolina. Fin lì era stato, per i giornalisti, la porta d'accesso ai segreti del leader mormone: una specie di Indiana Jones prestato alla politica, il volto butterato tremendamente somigliante a quello di Charlton Heston, sempre pronto a uno scambio di battute dopo i dibattiti televisivi tra i candidati o sui bus della carovana di Romney.
In Florida, invece, ha lavorato sott'acqua, riattivando la rete di rapporti costruiti anni fa quando era stato il regista della campagna di Charlie Crist (che divenne governatore della Florida, ma poi fu spazzato via, nella corsa al Senato, dall'astro nascente Marco Rubio). Gingrich ha ironizzato sul ricorso all'aiuto di uno sconfitto, ma la strategia di Stevens ha funzionato: Romney non solo ha recuperato lo svantaggio nei sondaggi, ma, ottenendo quasi la metà dei consensi, ha cancellato l'immagine del «candidato 25%» che non convince anche quando vince.
Da ieri è sotto scorta federale: l'«incoronazione» ufficiosa dei servizi segreti. Ma Gingrich non molla: cercherà la rivincita negli Stati del Sud che votano tra un mese. Intanto, però, il New York Post, quotidiano conservatore di proprietà del suo «fan» Rupert Murdoch, dichiara morta e sepolta la candidatura di Newt.
Stevens, un ragazzone di 58 anni che tutti chiamano affettuosamente «Stu», non si esalta, così come non si era fatto prendere dal panico dopo la «débâcle» in South Carolina. Del resto è un veterano di mille campagne: ha curato la pubblicità di quella, perdente, di Bob Dole nel 1996, ha lavorato per George Bush nel 2000 e nel 2004. Poi è passato con McCain e, infine, con Romney.
E la politica è il suo pane ma non il suo amore: appena può, Stevens fugge via. «Quando lo incontri» dicono di lui diversi capi repubblicani, «non sai mai se ti parlerà di elezioni, delle sue incursioni negli sport estremi, dell'ultimo "trekking" in Asia o dei preparativi per salire sul Kilimangiaro».
In effetti, prima ancora che un superconsulente, «Stu» è un vagabondo senza vincoli che ama mettersi alla prova nei luoghi più impervi o godersi la vita attorno alle migliori tavole del mondo. Un po' Chatwin, un po' Jack London, negli ultimi anni ha scritto quattro libri di viaggi, raccontando missioni al Polo Nord o sulla «via della seta», ma anche un pellegrinaggio gastronomico in Europa, attraverso i ristoranti «stellati», alla ricerca del «pasto perfetto». Suo anche «The Big Enchilada»: scanzonata storia di come un gruppo di ragazzi senza troppe pretese e un governatore del Texas non irresistibile (George Bush) riuscirono, dodici anni fa, a espugnare la Casa Bianca.
Febbrile, sperimentatore fino al punto, anni fa, di gonfiarsi con gli anabolizzanti soltanto per ripetere il calvario di tanti ciclisti dilettanti dopati e poi raccontare la sua avventura, Stevens ama sempre toccare gli estremi. Un ragazzo del Sud appassionato di scalate e di ghiacci artici che alla politica è arrivato, curiosamente, attraverso il cinema.
Da Jackson, Mississippi, la sua città, si trasferì a Los Angeles per studiare cinematografia alla University of California. Qui produsse, quasi per gioco, dei video pubblicitari per amici che si candidavano a cariche pubbliche. Fu un grande successo: «Stu» scoprì allora un «filone aurifero» che non ha più mollato. Senza, però, rinunciare mai alle altre passioni. Cinema compreso: ogni tanto smette di curare candidati per produrre documentari e sceneggiati televisivi come «Commander in Chief».
Grande amico di Martin Amis che sul New Yorker parla di lui come di un «uomo rinascimentale» che è anche «il perfetto compagno di viaggio, osservatore acuto dei comportamenti umani», Stevens ha un rapporto tormentato con la politica che gli piace soprattutto per la sua componente adrenalinica, sanguigna.
Una terapia utile, confessa, per imbrigliare le tendenze violente del suo carattere («È come lo sport: puoi abbattere l'avversario senza doverne rispondere»). Sangue e merda, insomma: forse da noi avrebbe lavorato per Rino Formica, l'uomo che più di ogni altro ha incarnato la «fisicità» della politica italiana.
Ma allora perché fare squadra con Romney che non è esattamente un gladiatore? Stevens ridacchia alla domanda del cronista italiano: «Beh, gladiatore forse no, ma Mitt è uno davvero tosto. Vedrete, vi stupirà».
E lei, Stu, se vince lo seguirà alla Casa Bianca? «Dopo il voto di novembre il mio programma prevede gare di sci nordico nella regione polare artica».
Massimo Gaggi

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