Gli ultras sempre in prima fila protagonisti anche a Tahrir

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Ultras: anche in arabo li chiamano così. E in Egitto sono da anni una delle forze più organizzate ed estese. Sempre pronti a scontrarsi con l'arcinemico, le forze dell'ordine, che per tutta l'era Mubarak, e ora in quella dei generali, li ha combattuti e sbattuti in carcere. Nei 18 giorni della Rivoluzione c'erano anche loro a Tahrir: soprattutto i tifosi delle squadre più importanti, gli Ahlawy dell'Ahly e i Cavalieri Bianchi dello Zamalek. A titolo individuale ma riconoscibili per abiti, modi e slogan diversi dai «veri» manifestanti, che per altro li hanno sempre accolti con favore, fratelli nella lotta. «Almeno l'80% degli egiziani non sa niente di politica e lo stesso vale per loro», sostiene Mohamed Gamal Beshir, esperto del movimento e autore del recente «Kitàb Al Ultràs», il libro degli Ultras, appunto. «Sono divisi, politicamente hanno mille posizioni o nessuna, ma l'ostilità per la polizia è il fattore comune, la lotta per vendicare gli abusi e la brutalità è il collante».
In molte occasioni, nei celebri 18 giorni e nei meno gloriosi 12 mesi che sono seguiti, i tifosi sono stati protagonisti. Nella famosa Battaglia dei Cammelli a Tahrir, il 2 febbraio 2011, furono loro a sconfiggere i pro Mubarak sulle loro cavalcature. Sette mesi dopo, il 9 settembre, tornarono in massa sulla stessa piazza, protestando contro il ministero degli Interni per aver arrestato molti di loro, mentre gli altri manifestanti chiedevano le dimissioni della giunta militare e un governo civile.
«I rivoluzionari di Tahrir li apprezzano ma la maggioranza degli egiziani non li considera altro che dei maniaci del calcio, ragazzini invasati e violenti», sostiene Beshir. La loro età è infatti bassissima, tra i 13 e i 23 anni. E anche per questo è difficile prevederne le mosse e le future battaglie, se non che saranno rivolte, come sempre, contro la polizia.

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