Stretto fra le petro-monarchie e la primavera araba

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Benessere economico ma anche riforme politiche e un sistema multipartitico (i partito anche qui sono banditi). Questo è il quadro che si staglia in Kuwait dove ieri si è votato per il rinnovo del parlamento, il ricco emirato petrolifero finora immune alla primavera araba, dove ieri si è votato per il rinnovo del parlamento. Sono le quarte elezioni parlamentari dal 2006. Ma nonostante una parvenza di sistema parlamentare, di elezioni, di una «libertà» inimmaginabile per le altre petro-monarchie del Golfo, il paese - sesto esportatore petrolifero al mondo - è percorso da una tensione crescente fra il governo della famiglia regnante al Sabah e il parlamento. La campagna elettorale è stata tesa con qualche episodio di violenza e l'attacco a un'emittente televisiva. 
Ieri i kuwaitiani (in totale 1.2 milioni di cui 400 mila che hanno compiuto i 21 anni hanno diritto di voto) sono andati a votare in un clima apparentemente tranquillo sotto gli occhi di una trentina di osservatori internazionali, la maggior parte dei quali provenienti da altri Paesi arabi. I candidati erano 286 in lizza per i 50 seggi della quattordicesima assemblea nazionale della storia del paese. Tra questi figurano 23 donne, comprese le 4 deputate uscenti, le prime ad essere elette da quando il Kuwait, prima monarchia tra quelle del Golfo a cui la Gran Bretagna regalò l'indipendenza nel '61, ha aperto alle donne nel 2005. I sondaggi della vigilia stimavano un'affluenza alle urne intorno al 66%, un considerevole aumento rispetto al 58% che votò nelle ultime elezioni legislative del 2009 e un dato che rivela il crescente interesse per la turbolenta attività politica dell'emirato caratterizzata negli ultimi anni da un perenne braccio di ferro tra l'esecutivo e il parlamento ed inaspritosi, negli ultimi mesi, nel clima della primavera araba.
Uno stato di perenne scontro che, denunciano diversi analisti politici e opposizione, ha paralizzato anche la vita economica del Kuwait impedendo riforme. Oltre a quelle economiche i kuwaitiani chiedono con crescente impazienza quelle politiche: creazione di un sistema di partiti, nomina dei ministri tra i parlamentari eletti, una nuova costituzione con la revisione dei poteri della monarchia che attualmente sceglie il primo ministro che a sua volta sceglie i ministri, e che nonostante le apparenze detiene il potere decisionale (oltre al primo ministro, i ministeri chiave della difesa, degli interni e degli esteri). 
Le elezioni anticipate di ieri (un anno prima rispetto alla fine della legislatura) giungono sulla spinta di un vasto scandalo per corruzione che ha visto coinvolti 13 parlamentari e sulle forzate dimissioni, a novembre, del premier e del suo governo. L'emiro Sabah Al Ahmad Al Jaber Al Sabah aveva poi sciolto la Camera a dicembre. 
L'opposizione è una vaga coalizione di islamisti (a loro volta divisi fra sunniti e sciiti), liberali, nazionalisti e indipendenti, molto diversi fra loro ma uniti nel ritenere ormai del tutto insufficienti «le concessioni democratiche» dell'emiro. Ritenute al contrario eccessive dalle altre petro-monarchie del Golfo che temono il diffodersi del virus della primavera araba.

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