Le lotte a sinistra dei Fratelli musulmani

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Egitto • Intervista con Hossam el-Hamalawi, blogger e attivista: «La fratellanza non ha mai attraversato una fase altrettanto critica. «Vogliamo l'organizzazione dei lavoratori per costruire uno stato basato sul lavoro»

Gli islamisti proseguono la battaglia per il parlamento, ma la sinistra egiziana se ne disinteressa. «Non è mai stato il nostro parlamento. Nessuno del movimento lo ha difeso quando i militari lo hanno sciolto» - dichiara Hossam el-Hamalawi, militante del Partito socialista dei lavoratori. «Lo scorso febbraio, mentre ad Alessandria era in corso il più grande sciopero dei trasporti degli ultimi dieci anni, il parlamento di islamisti e salafiti si occupava di censura alla pornografia», continua con ironia il giornalista e blogger (sul suo blog aarabawi.org ha raccontato le rivolte egiziane).
«I Fratelli musulmani hanno lasciato la piazza a novembre per conquistare il parlamento. È l'istituzione principale sulla quale vogliono mettere le mani, da lì sperano di fare la loro rivoluzione», prosegue Hamalawi, più volte convocato da tribunali militari per aver denunciato torture contro gli attivisti da parte della polizia militare. «Lo scorso novembre, dopo gli scontri di via Mohammed Mahmud, gli islamisti sapevano di vincere le elezioni parlamentari. E non hanno esitato contemporaneamente a discreditare i gruppi che ancora occupavano lo spazio pubblico. Erano perlopiù proteste del movimento operaio che ha sempre saputo attivarsi spontaneamente proprio quando le manifestazioni di piazza sembrano perdere la loro spinta propulsiva».
Secondo el-Hamalawi, la sfida degli operai è in questa fase la demilitirazzazione delle fabbriche. «Gli scioperi sono ripresi dall'8 febbraio 2011 fino al giorno delle dimissioni di Mubarak. Da settembre a novembre dello scorso anno, le manifestazione dei lavoratori hanno invece preso la forma di opposizione al governo militare e alla militarizzazione della dirigenza delle principali industrie egiziane», continua Hamalawi. Purtroppo, il movimento operaio e gli attivisti di Tahrir sembrano muoversi su binari distinti. «Se Tahrir significa Fratelli musulmani questo è senz'altro vero. Gli islamisti non hanno partecipato agli scioperi generali. Anzi, insieme al consiglio militare, distribuivano documenti in cui si chiedeva di lavorare di più nei giorni di sciopero», spiega l'attivista. Hamalawi però sottolinea la spinta rivoluzionaria della base elettorale del movimento islamista. «I giovani islamisti invece sono con noi in tutte le lotte e negli scontri con i militari. La fratellanza non ha mai attraversato una fase altrettanto critica. L'incomprensione con il loro elettorato è totale. I leader di 'Libertà e giustizia' dicono di volere la sharia e promuovono leggi neoliberiste, ma la classe media che li vota pretende giustizia sociale. - continua l'attivista - Khayrat al-Shater (candidato islamista, escluso alle elezioni presidenziali, ndr) promuove un programma di 'Rinascita', ma con questo intende chiudere i sindacati, la base del partito invece vuole l'uguaglianza dei lavoratori».
Quindi si profila uno scontro tra leadership ed elettorato islamista? «I Fratelli musulmani hanno cercato ogni compromesso con l'esercito. Prima sono scesi in piazza quando era strettamente necessario. Poi hanno imparato a usare la piazza come strumento di ricatto». Mentre a pagare le conseguenze di questo accordo-scontro tra esercito e islamisti è proprio il movimento operaio. «Non credo mai a chi dice che la rivoluzione sia finita. Nessuno pensava che gli scioperi del 2008 potessero diventare una rivoluzione. Eppure è successo e non ci fermeremo ora. Vogliamo l'organizzazione dei lavoratori per costruire uno stato basato sul lavoro. Certo dobbiamo rendere coscienti delle loro condizioni di sfruttamento i lavoratori che non sono in prima linea nelle proteste. Esistono tante contraddizioni nella classe operaia. Nelle manifestazioni del settore petrolifero, non potevo credere alle parole di alcuni lavoratori in prima linea che mi dicevano: 'questo non è uno sciopero è una protesta'. Lavoriamo perché la fabbrica arrivi a Tahrir e viceversa, il nostro slogan è 'Piazza e fabbrica sono mano nella mano'».
Con l'elezione di Morsy qualcosa è cambiato nei rapporti tra popolo egiziano e autorità. «Ogni giorno decine di persone raggiungono il palazzo presidenziale ad Heliopolis per parlare con il nuovo presidente. Il solo fatto di avvicinarsi a quel luogo prima proibito è straordinario». Certo, è sempre stato il sogno dei giovani egiziani. «L'ultimo grande successo del movimento è stata la manifestazione dell'8 luglio 2011 a sostegno delle famiglie dei martiri prese di mira il precedente 30 giugno. Quel giorno abbiamo ottenuto che Mubarak fosse messo a processo. Non importa se si è trattato di un finto processo, vederlo in una gabbia, per me che sono cresciuto negli anni '90, è stata un'immagine straordinaria».
Morsi ha anche chiesto che tutti i detenuti politici, dagli scontri di Abbasseya a chi è in prigione sin dallo scorso anno, vengano rilasciati entro due settimane. «Questo non significa che cesserà la repressione, in particolare del movimento operaio. La sicurezza di stato viene usata principalmente per reprimere gli scioperi. I lavoratori sono temuti dall'esercito e dagli islamisti più di ogni altra cosa. Ma gli operai hanno sfidato la legge di emergenza, non si sono fermati di fronte a torture e a familiari presi in ostaggio». E alcune battaglie le avete già vinte. «Abbiamo ottenuto l'aumento del salario minimo che era fermo dal 1986. Tanto ancora c'è da fare. Chiediamo che i guadagni dell'imposta sui servizi del 12 per cento vadano ripartiti tra lavoratore e datore di lavoro. Che nessun operaio di Mahalla sia costretto a firmare il suo licenziamento prima di essere assunto, per citare alcune delle nostre lotte», conclude Hamalawi.

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