Inseguendo gli ultimi tibetani

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Siamo andati a vedere come sopravvivono Si muovono con le stagioni, a piedi, a cavallo o su vecchie moto. Cantano nel buio per tenere buone le montagne. Tra loro si chiamano cavalieri del vento, per Pechino sono solo nomadi. On the road

Notte d’altopiano, l’aria dei quattromila toglie il respiro. I fari delle moto richiamano dal buio una nebulosa di occhi stralunati, orecchini, sete dorate. In un odore di letame e lana bagnata, c’è una massa scura che sbuffa, ansima, geme. È una tribù di nomadi che transuma verso i pascoli con cinquemila yak neri. Sono eleganti, sembra un corteo nuziale di re, una sfilata di moda, un’anabasi trionfale. Cantano nel buio per tenere buone le montagne e il loro canto è ruvido, nasale. Si rompe di colpo tra fischi di fionde, ninnananne e richiami. La regione di Amdo non sta sulla carta del Tibet. Per Pechino è
solo “Cina occidentale”. Eppure vi sono nati grandi maestri e anche Tenzin Gyatso, l’attuale Dalai Lama. Per secoli è stata zona di scontro tra i “cavalieri del vento” e l’“Impero Celeste”, terra segnata da odio e amore, baricentro spirituale e teologico da far invidia a Lhasa. I nomadi tibetani sono forse l’ultimo avamposto della cultura tibetana. È con loro che cammino sotto le stelle sul limitare dell’Himalaya e della mia stessa mappa. A piedi, a cavallo o su vecchie moto, guidano spavaldi coi neonati nascosti nelle palandrane dalle maniche lunghissime che amplificano i gesti in modo teatrale, come personaggi dell’Opera di Pechino. Le donne portano collane pesantissime e una spada alla cintura come se andassero in battaglia; i vestiti sono pieni di gioie. Sono timide come gazzelle, ma libere. Possono lasciare il marito dopo tre giorni di prova, perché quello non è peccato ma maya, errore. In compenso lavorano per dieci. Risalgono spaventose scarpate con i tacchi alti, scivolano su cenge ghiaiose a picco sugli strapiombi, inseguono i cuccioli di yak persi tra i torrenti, e svelano ogni tanto nello spacco della gonna una provocante coloratissima calzamaglia. Pozzanghere ghiacciate, la luna non trova specchi in cui guardarsi, i cavalli salgono a fatica, sudano, sento scricchiolare i loro zoccoli. I nomadi dell’Amdo si muovono con le stagioni, giocando con i divieti della burocrazia pechinese che li vorrebbe meno inquieti e con la tirannia del clima che cambia. I segni del male che colpisce il pianeta arrivano anche qui, con lingue di sabbia sahariana che serpeggiano tra i picchi vestiti di neve. Sono armati di cellulari e fuoristrada, in molti hanno scambiato i cavalli con le moto. Altri, mi dirà un monaco, «hanno agghindato e coperto di tetti le tende e si sono ritrovati in una casa». «Diventano sempre più pastori, sempre meno nomadi», mi aveva avvertito Andrea Dell’Angelo, capo di Asia, una Ong fondata a Roma dal gran maestro di Dzogchen, Namkhai Norbu, invitato in Italia dal grande
orientalista Giuseppe Tucci. «Gli stessi cinesi cominciano a rendersi conto che il loro processo di sedenterizzazione può essere senza ritorno».
I cinesi della dinastia Tang esaltavano il coraggio dei tibetani che uccidevano i propri cavalieri rei di una resa disonorevole. Oggi Pechino compra ciò che non può distruggere. La macchina del folclore a pagamento, del turismo d’alta quota, è in marcia da tempo. A Kum-Bum vedo orde di turisti mentre i monaci battono come indemoniati i gong fuori orario; nuvole d’incenso galleggiano in templi dove nessuno prega; i tibetani affittati per pochi yuan per un lampo di flash. Tutt’intorno il Nuovo non aspetta, stende strade e ponti su cime che sfiorano il cielo, taglia a fette montagne, scava, sradica, cancella le impronte del leggendario Gesar di Ling, estirpa persino i dolci tuberi rossi del Tibet, una delle poche prelibatezze di questa terra avara. A Xining, capitale del Tibet storico orientale, sembra di essere a Pechino. Paesaggio di gru e impalcature. Ragnatele di autostrade e sopraelevate, condomini- fantasma con finestre spente e scheletri, accanto, in costruzione.
Quassù il sole è già alto quando passiamo il valico agghindato di bandiere e velato di neve. Sui pascoli protetti dai venti i nomadi piantano chiodi per fissare la tenda di lana di yak, pesante e impregnata di fuliggine. “Dra”, la tenda nera. «Sei generazioni l’hanno avuta in custodia» mi dice Sonam, un ragazzo nomade che parla inglese. «Mio nonno non aveva paura di morire ma che la tenda venisse abbandonata. Perché la tenda nera è il Tibet». Le donne ne dividono lo spazio: destra e sinistra, puro e impuro, maschile e femminile. Ogni tenda diventa tempio. Senza volerlo faccio una mossa proibita, passo tra la stufa e l’altare. Vedo gli occhi spaventati delle donne. Serve un rito. La stufa è la dimora dei geni, il fumo è la fonte della divinazione. Sale dritto? Gira a destra? Serpeggia per terra? Tutto diventa un segno. Per tenerlo buono, il fuoco è benedetto due volte al giorno con una preghiera.
Tenda nera, yak bianco. «Quando ne nasce uno lo liberano perché è sacro», mi dice Sonam il cui nome vuole dire felice. Mi porta sui monti dove si praticano i «funerali del cielo» e dove i morti si lasciano agli uccelli. Sonam mi tornerà in mente una volta scesa a Tongde, nella provincia del Qinghai. Noto uno scambio di sguardi: quello da gazzella di un ragazzo nomade agghindato di rosari e quello di una cinese di madreperla, atea fino al midollo. Due bellezze angeliche, un odio viscerale.

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