Assange sfida Londra: “Parlerò dall’ambasciata”

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L’Ecuador: “Può restare lì a tempo indeterminato”. E Cameron frena il suo ministro LONDRA — Quanto può resistere Julian Assange a vivere come un galeotto nella sobria stanzetta dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, circondata dalla polizia inglese? E quanto può sopportare il governo britannico il conto da 50mila sterline al giorno, una fortuna mensile da due milioni di euro, per mantenere l’esercito di 40 agenti piazzati ventiquattrore al dì intorno e dentro il palazzo per evitare che fugga? Stallo. È diventata una partita a scacchi in cui nessuno più ha le armi per vincere, il braccio di ferro diplomatico tra l’Ecuador e la Gran Bretagna intorno al giornalista australiano che ha inventato WikiLeaks. Una partita giocata all’ombra della storia: in piena guerra fredda, il cardinale ungherese József Mindszenty ci restò per 15 anni, chiuso nell’ambasciata ungherese a Budapest. Questione di nervi, dunque, e Assange attizza il fuoco convocando per domani un discorso «dal vivo davanti all’ambasciata» che non potrà tenere se non affacciandosi a una finestra, gesto che ha evitato in questi giorni di massima tensione. Se non resta che vedere chi si stancherà prima, a Londra è una gara collettiva a indovinare tutte le possibili vie di fuga che il governo ecuadoriano potrebbe tentare per portare Assange fuori dall’Inghilterra. «Puo sgattaiolare via in una valigia? », titola il Daily Mail azzardando una delle possibili soluzioni che «preoccupano i ministri britannici». Non una valigia qualsiasi, s’intende, ma una “valigia diplomatica”, un termine con cui si indica qualsiasi oggetto etichettato come tale: non può essere aperta né sequestrata, ma si tratterebbe di un evidente trucchetto per aggirare la legge. Difficile che il governo britannico lo consenta senza intervenire, e se si pensa di far passare la “valigia” inosservata bisogna scritturare David Copperfield: gli agenti sono dotati persino di un sensore di calore per analizzare tutto quello che esce dall’ambasciata. La via più semplice, per l’Ecuador, sarebbe fornirgli il passaporto diplomatico o l’immunità, ma il governo britannico non gli concederebbe l’accredito né il visto e anche qui potrebbe far valere l’ovvietà del tentativo di aggirare le leggi, impedendolo. Altra cosa è se i diplomatici ecuadoriani riuscissero a farlo salire sull’auto dell’ambasciata, che è considerata territorio sovrano: sarebbe un caso molto delicato, ma la determinazione espressa dal governo inglese a non lasciarsi prendere in giro è tale che avrebbe poche possibilità di successo. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe l’Eurotunnel per lasciare il Paese. Molto difficile anche la fuga in elicottero: l’ambasciata è al piano terra e gli ascensori, l’androne e le scale sono presidiati dalla polizia. Una cosa è certa: non c’è fretta. Il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha chiarito che «potrà rimanere in ambasciata a tempo indeterminato», e ha aggiunto: «Non sono d'accordo con tutto quello che ha fatto, ma questo non significa che meriti l’estradizione, l’ergastolo e la pena di morte». Assange continua a chiedere ai magistrati svedesi di interrogarlo in ambasciata, e si dice disposto a deporre anche via Internet. Dietro le quinte, intanto, i messaggi incrociati per trovare una soluzione politica sono intensi: il premier David Cameron e il vice Nick Clegg hanno fatto sapere di aver chiesto al ministro degli Esteri William Hague di «moderare i toni». Un «gesto positivo», per la controparte.

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