Come difendersi dai nuovi barbari

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L´intervento di Napolitano sui destini dell´Europa, pubblicato ieri da questo giornale, mette a fuoco, a partire dalla lezione di Einaudi, il principale problema di oggi. Ossia il «grande affanno» con cui i leader affrontano la crisi. La costruzione europea - «la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento» - si trova a un tornante decisivo della sua storia, dal momento che la crisi non ha soltanto un carattere monetario e finanziario, ma investe le prospettive politiche e ideali e la fiducia stessa che i cittadini ripongono in questo progetto. Naturalmente, il problema sollevato da Napolitano è tanto più acuto in quanto riguarda il nodo della formazione politica e della selezione delle classi dirigenti. Da troppo tempo si ha l´impressione che i cittadini europei meglio preparati non scelgano l´impegno politico, ma preferiscano intraprendere altre professioni, spesso più remunerative e gratificanti. La questione non concerne soltanto le leadership, che seguono criteri di distinzione carismatica difficilmente prevedibili, ma il livello medio di quanti si occupano della cosa pubblica, a partire dai gradi più bassi della rappresentanza.
La prima ragione di questo declino deriva dalla crisi della forma partito, una parabola che riguarda, con esiti e misure diverse, i principali Paesi del continente in cui i partiti faticano sempre di più a rappresentare ideali e a mediare interessi costituiti. Non si tratta di un destino inevitabile e l´impegno per il rinnovamento di questo strumento, dopo un trentennio di sbornia personalistica, è un passaggio ineludibile in quanto coincide con la rivitalizzazione dei circuiti democratici. La crisi dei partiti si intreccia, infatti, con quella ancora più grave delle forme di rappresentanza che lasciano spazio a spinte populistiche caratterizzate ovunque e non a caso da un radicale anti-europeismo. 
La potenza globale dell´economia finanziaria ha progressivamente usurato i tradizionali canali della democrazia per come si esprimevano nel quadro della sovranità degli Stati nazionali e la competizione politica tende ad assumere una deriva oligarchica ed elitistica difficile da contenere. Tuttavia, la fine del ciclo neo-liberista e la nuova crisi finanziaria di inizio millennio hanno mostrato la necessità di recuperare una funzione di direzione della politica giacché l´economia lasciata al furore espansivo dei suoi «spiriti animali» si è rivelata del tutto inadeguata. I «barbari», evocati come una soluzione che si consumava in una vana e inconcludente attesa nella poesia di Costantino Kavafis, sono ormai arrivati fra noi e obbligano, volenti o nolenti, a ridiscutere modi di vivere, conquiste sociali, modelli di consumo, che si credevano consolidati e che sono invece rapidamente rimessi in discussione aumentando la forbice tra i garantiti e gli smarriti, i protetti e i sopravviventi, i cittadini e le non-persone. 
In secondo luogo l´intervento di Napolitano propone una periodizzazione originale del progetto europeo: siamo arrivati oggi «a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare - approfondendolo come non mai - il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione». La forza dell´unità europea, come ha ricordato di recente un altro grande europeista come Helmut Schmidt, è stata sempre quella di riuscire ad ancorarsi a interessi concreti e visibili. Nella sua prima fase, quella della rinascita post-bellica, l´Europa si è costruita intorno all´acciaio, al carbone e alla minaccia militare sovietica. In seguito, dopo la caduta del muro di Berlino, si è riunita intorno all´interesse di una nuova moneta unica e di un mercato comune e ha saputo trovare una classe politica europea all´altezza, consapevole del significato storico di chiudere con le divisioni mortali della II Guerra mondiale e con le ferite ideologiche della Guerra fredda.
L´interesse da cui ripartire oggi è la coscienza dell´insufficienza e dell´anacronismo dello Stato nazionale dentro la competizione globale e qui sta la principale miopia elettoralistica del trio conservatore Cameron-Merkel-Sarkozy. Le nuove realtà demografiche e tecnologiche sono formate da enormi mercati come la Cina, il Brasile, l´India e saranno loro a decidere al nostro posto se l´Europa non sarà capace di riconoscere i propri bisogni comunitari sul terreno dell´economia, della politica, della difesa militare, della cultura, dell´istruzione e fare fronte comune per difenderli e promuoverli.
Infine, la lettera di Napolitano è importante perché il Presidente indossa anche le vesti del leader progressista, riconoscendo nel deficit della cultura riformista il male principale dei nostri giorni. Accanto ai valori del libero mercato c´è quello della «riduzione delle disuguaglianze nei punti di partenza o d´arrivo», un traguardo da raggiungere superando incrostazioni assistenzialistiche e corporative in cui l´Italia è clamorosamente indietro. 
La grande scommessa dei progressisti europei sarà proprio questa: guidare il rilancio dell´integrazione europea in un quadro di equità, nella consapevolezza, come ha scritto Niccolò Machiavelli ne Il principe, che «non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo a introdurre ordini nuovi». Una sfida ardua, dunque, che si potrà affrontare soltanto coinvolgendo le migliori energie in un rinnovato impegno politico e civile.

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