QUANDO BABELE CI FA SCOPRIRE L´ANIMA DEL MONDO

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Non è detto che Babele sia inferno, caos e incomprensione. Non dipende da lei, dipende da noi. Può essere opportunità, incontro con l´altro, scambio segreto. A Venezia ricostruiscono Babele, ed è un incanto: non una torre, ma una stanza accogliente. Si chiama la Casa delle parole, un luogo dove s´incontrano, cantano e contano le lingue del mondo; si ascoltano storie e pensieri, e i suoni fanno correre immagini. Non si tratta di comprendere: comprendere non è tutto. Si tratta di condividere e ascoltare. Si tratta di leggere.
La Casa delle parole è un luogo, un accadimento, una rassegna che ha per simbolo una casetta con due gambe in marcia. L´hanno inventata Enrico Palandri, Riccardo Held e Donata Grimani, e con il tempo hanno raccolto intorno una quarantina di amici. Si presenta come ciclo di incontri a tema in cui si leggono testi in lingua originale accompagnati dalla traduzione italiana. Se "la chiave della nostra prigione è nella nostra lingua", come dicono gli iraniani, allora cerchiamola, questa chiave, e liberiamo noi stessi e le lingue. Per liberare le lingue, bisogna ascoltarle nelle storie e nelle immagini che sanno restituire. E così, da 6 anni, il secondo martedì di ogni mese, fra ottobre e giugno, con l´appoggio dei Musei civici, ci si ritrova a Casa Goldoni (dal 2012 a Ca´ Rezzonico). I temi sono sempre vasti orizzonti: da "La malattia e la cura" a "Il mediterraneo", da "L´esilio" a "Cambiare pelle", da "Le parole sbagliate" a "Il silenzio". Si organizza il programma, si preparano le letture e, alle sei della sera, le lingue cominciano a parlare: l´indiano con il cinese, l´ebraico con l´arabo, ruandese e giapponese, russo e francese, l´inglese e l´italiano. Più del capire, conta il condividere. Il tam tam degli amici riunisce le persone nell´ascolto. Ogni tanto vengono invitati scrittori di passaggio. I prossimi temi sono "Errare", a febbraio, e "Oggetti che non funzionano", a marzo. L´ultima volta è stato "L´anima dei luoghi". Dopo l´ebraico di Cernichovskij e il farsi di Hafez, poeta persiano, dopo Akhmatova e Perez de Ayala, è toccato a me chiudere la serata con Italo Calvino. Era evidente, in quella casa che l´anima dei luoghi è nelle parole che li dicono, nelle visioni che si ha di essi. In gran parte si ritrova nello sguardo e nel pensiero delle persone che li abitano o li attraversano, nella loro memoria e nelle loro radici. L´anima dei luoghi c´entra con la parola più che con il territorio. A sigillo, il finale delle Città invisibili, con l´ultima risposta di Marco Polo a Kublai Khan sull´inferno dei viventi, quello che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne, dice Polo. Il primo è accettarlo e diventarne parte; il secondo, più rischioso, impone attenzione continua: "Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all´inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio". È ciò che fa la Casa delle parole. Lì ti senti di appartenere al mondo, all´ascolto e alla lettura. Senti che Babele, con tutte le sue differenze, è cosa buona e giusta. Indispensabile.

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