Giovinezza di Kim la spia che riusciva a ingannare tutti

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Tutti pensavano che lavorasse per loro, i sovietici, gli inglesi, forse anche gli americani... ma per chi abbia fatto davvero la spia Harold Adrian Russel Philby, detto Kim (1912-1988), è ancora un enigma. Lo afferma Robert Littell, padre di Jonathan – celebre e discusso per le Le benevole – ma lui stesso scrittore celebrato di spy story (ricordate The Company?) e non solo: il bell’Epigramma a Stalin
racconta del poeta Osip Mandelstam negli anni del terrore.
Secondo Littell infatti non è detto che Kim, british al massimo, rosso di capelli, elegante come l’ottima classe sociale di appartenenza, fosse un agente dell’Urss mentre fingeva di esserlo per i servizi segreti britannici. Secondo lui Kim non fu semplicemente uno dei “cinque di Cambridge”, quel gruppo di studenti altolocati che fecero il doppio gioco durante la Guerra Fredda e prima, come fanno pensare gli ultimi 30 anni della sua vita passati in Urss. Per Littell la sua personalità è più complessa, lascia più soluzioni aperte.
In un romanzo audace, brillante (il suo modello è Somerset Maugham), lo scrittore franco-americano mette in scena la giovinezza di Kim, un aspetto meno indagato nella vita di questa icona dello spionaggio. E gli anni giovanili sono raccontati dalle voci fittizie di dieci personaggi realmente esistiti, ognuno con una propria versione. Litzi Friedman innanzitutto, ungherese, ebrea, informatrice al soldo di Mosca, la ragazza che lo introduce al sesso e al comunismo militante nella Vienna del ’33 dove Kim arriva assetato di rivoluzione per finirci davvero in mezzo. E poi c’è Guy Burgess, uno dei “cinque di Cambridge”, un omosessuale osée che accoglie Philby tornato in fretta e furia a Londra con Litzie dopo averla sposata.
Testimoniano anche le spie sovietiche naturalmente (e dopo quelle britanniche): eccoci ai primi incontri con Kim, l’indurlo a fingersi un reazionario, le prime missioni durante la guerra civile in Spagna e il Secondo conflitto mondiale “travestito” da giornalista del
Times. Chi ha a che fare con lui gli crede, ma al Cremlino c’è chi lo sospetta di fare il doppio gioco: Yelena Modinskaya, ad esempio, lo vuol far condannare come traditore. Un uomo solo continua a dargli fiducia, Stalin in persona. Kim è salvo. Del resto è vero che ha fornito solo informazioni vere e utili.
Anche Londra però è certa di aver reclutato un agente coi fiocchi. E perfino Washington ormai ha frequenti contatti con lui. Dov è il bandolo della matassa? Secondo Littell il bandolo sta tutto nel padre, St John Philby, un arabista convertito all’Islam che, come Lawrence d’Arabia, cerca di muovere le pedine in Medio Oriente, rimanendo comunque fedele a Buckingam Palace: uomo d’alta classe, onnisciente, terribile. È possibile che Kim abbia ereditato da lui non solo la passione per il Grande Gioco, ma anche la lealtà verso Sua Maestà, persino mentre trascorre gli ultimi anni della sua vita in un appartamento moscovita?

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