SE ESPLODE IL DISAGIO DEI GIOVANI EUROPEI

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La primavera araba ha insegnato al mondo una importante lezione, valida non solo per i regimi dittatoriali, ma anche per le democrazie di lunga tradizione: quando i giovani cessano di essere il motore dell'economia e sono esclusi dal processo decisionale, si mettono a repentaglio anche la crescita economica a lungo termine e la stabilità politica.

In Europa, la loro sempre più seria marginalizzazione sta creando le condizioni per un terremoto sociale che potrebbe scuotere il Vecchio continente e ledere la capacità di sopravvivenza dell'euro. Le reti di protezione sociale e la famiglia hanno finora impedito che le proteste pacifiche in stile "indignados" diventassero violente come quelle arabe, ma la mancanza di risorse - dovuta all'imminente recessione - e le misure di austerità comprometteranno anche quest'ultimo canale, mentre la frustrazione e il risentimento sociale salgono.

I dati sono già allarmanti. Secondo la Commissione Europea, tra i giovani, un quinto rischia la povertà o l'esclusione sociale, solo un terzo è occupato e un terzo non lavora da più di un anno. Il 40% dei disoccupati (9 milioni) ha meno di trent'anni, mentre per la fascia di età 60-64 anni il tasso d'occupazione è salito dal 23 al 34% tra il 2000 e il 2010.

Nella periferia la situazione è grave: il governo portoghese ha sollecitato i giovani disoccupati a cercare opportunità migliori fuori dall'Europa, dall'Italia sono partiti l'anno scorso quasi 120.000 giovani di talento e migliaia di persone stanno lasciando la Spagna per il Sudamerica. In tutta l'Europa, incluse Germania e Svezia, i giovani occupati sono poveri a causa del precariato, un fenomeno che gli economisti chiamano dualismo del mercato del lavoro. I giovani possono aspirare solo a contratti temporanei, che pagano in media il 14% in meno rispetto a quelli a tempo indeterminato e sono più vulnerabili ai licenziamenti.

Nel medio termine, le conseguenze di questa marginalizzazione sono enormi: una economia che non si nutre di idee nuove perde competitività, è vulnerabile ai gruppi d'interesse, soffoca sia il progresso materiale sia quello intellettuale ed è destinata a stagnare o a registrare recessioni prolungate; secondo, la volatilità delle retribuzioni più alte e l'incertezza sul posto di lavoro scoraggiano la formazione di nuove unità familiari, essenziali per generare coesione sociale e solidarietà intergenerazionale; e infine, l'incertezza economica tende ad abbassare i tassi di fertilità con un impatto negativo sulle dimensioni della futura forza lavoro, sull'invecchiamento della popolazione e sulla sostenibilità dei conti pubblici. Le implicazioni politiche potrebbero essere ancora più disastrose.

Sulla possibilità che in Europa si verifichi un evento in grado di scatenare un terremoto sociale e se, in quale Paese e con quale impatto sull'ordine istituzionale e su quello democratico, resta l'incertezza. Dato cheè il modello di società che tende alle disuguaglianze socialia essere messo in questione, l'agitazione civile in un Paese potrebbe rapidamente innescare disordini politicie insoddisfazione sociale in tutta Europa. Gli investitori stranieri fuggirebbero dagli asset denominati in euro nel timore di una spirale di rivolte, default selettivi e Pil bassi che potrebbero alla fine portare l'euro al collasso.

È ancora possibile, tuttavia, prevenirne parte degli effetti. I governi europei dovrebbero promuovere il ruolo dei giovani nella società con politiche pro-famiglia, percorsi di carriera legati alla produttività più che all'anzianità, mobilità inter-paese e lo sradicamento del lavoro precario. La primavera si sta avvicinando. I leader europei dovrebbero agire prima che sia troppo tardi.

*Consulente economico del Senato traduzione di Guiomar Parada

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