La pressione cinese per avere risposte subito

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Domani la fiaccolata. Attesi in diecimila. Sta crescendo la rabbia dei connazionali delle vittime I timori per la manifestazione

ROMA Domenica nervosa, per gli investigatori romani che speravano, evidentemente, di aver già risolto il caso. E invece la sua soluzione sembra che si allontani, anche se speriamo di poche ore. Dal comando provinciale dei carabinieri di san Lorenzo in Lucina non si fa mistero del disappunto, della contrarietà per la fuga di notizie che avrebbe compromesso la soluzione del duplice omicidio in tempi ravvicinati.
La morte della piccola Joy e del suo papà Zhou non ha scosso soltanto la comunità cinese, è Roma e l’opinione pubblica nazionale che si sono sentite offese e umiliate da questa violenza crudele e bestiale. La pressione dei cittadini perché sia fatta giustizia legittimamente si fa sentire.
Ma gli investigatori avvertono anche le aspettative cinesi. È una indagine, questa, la cui soluzione avrà oggettivamente delle ripercussioni nelle relazioni tra l’Italia e la Cina. Il protagonismo dell’ambasciatore cinese a Roma, Ding Wei, l’annunciata fiaccolata romana di domani con presenze di almeno diecimila cinesi provenienti da tutta Europa, sono una conferma che Pechino guarda a Roma con severa attenzione.
Anche il sindaco della capitale, Gianni Alemanno, ha avvertito di aver sottovalutato - o di aver affrontato con uno schema antico e insufficiente - la vicenda della strage di Joy e di Zhou e ieri si è recato in via Giovannoli per deporre un mazzo di dodici rose bianche sul luogo dell’eccidio.
È comprensibile, dunque, l’attesa e la domanda di informazione su questo duplice omicidio.
Il fatto che siano stati già individuati i (presunti) colpevoli è un segnale dell’alta professionalità del Nucleo operativo e del Ros dei carabinieri di Roma. I rapinatori balordi diventati assassini hanno lasciato come Pollicino troppe tracce per non essere individuati. E, dunque, hanno le ore contate. Il comando provinciale dei carabinieri di san Lorenzo in Lucina aveva chiesto un silenzio stampa di 48 ore, evidentemente violato dai giornali e dai mass media. Per esempio, aver rivelato che sono state ritrovate le due borse con il cellulare e 16.000 euro, ha di fatto vanificato la possibilità che i due rapinatori assassini tornassero nel casolare diroccato di via Ettore Fieramosca e quindi venissero arrestati.
Una circostanza, va anche detto, che non necessariamente si sarebbe verificata in un regime di silenzio stampa. I due assassini evidentemente sono in fuga e catturarli impegnerà gli investigatori in un’attività di monitoraggio molto estesa.
Non sono italiani, gli assassini. E questo non può essere una magra consolazione per una città, Roma, in cui la soluzione dei conflitti sembra affidata all’uso della forza, alle gambizzazioni o agli omicidi.
Non è un caso che la città, silenziosa, attenda che la giustizia faccia il suo corso. Nessuna manifestazione di isteria collettiva, di pulsioni forcaiole o di guerra contro gli stranieri. È un buon segnale.
Non è la prima volta che si consuma un cortocircuito tra opinione pubblica e investigatori. Quando è in gioco la civiltà e la tenuta democratica di una città, che è la nostra capitale, non si può non essere intransigenti. E sperare che per gli assassini non ci sia scampo.

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