Delitto, 10 mila cinesi in corteo

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Il console: autodifesa. I killer non potevano essere espulsi

ROMA — L'adolescente, appena oltre piazza Vittorio, ha lineamenti cinesi e slang romanesco: «Anvedi quanti semo». Ha ragione a stupirsi della partecipazione: la manifestazione «contro la violenza» che attraversa Roma va oltre le aspettative, gli organizzatori parlano di «diecimila persone alla partenza e forse il doppio all'arrivo». Chissà, di certo sono migliaia: quasi tutti cinesi. Arrivano da Milano, Firenze, Prato. Hanno viaggiato in treno, auto, pullman. E sono tutti colmi di questa rabbia gentile che fa loro urlare «no alla violenza, più sicurezza», ininterrottamente, per ore.
I commercianti, sia romani sia cinesi, abbassano le serrande: nel multietnico e centrale rione Esquilino, nel popolare e periferico Pigneto. Ci sono anche romani, qua e là, nel corteo: molti del Bangladesh, non si notano nordafricani. E mentre la città si indigna e protesta contro l'escalation di delinquenza, si scopre che i due assassini della piccola Joy e del suo giovane padre Zhou Zeng, in assenza di condanne definitive non potevano essere espulsi: forti, entrambi, di un contratto di lavoro. Uno come operaio, l'altro come badante.
È passata una settimana da quell'«orrendo crimine», come l'ha definito il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in visita lunedì all'unica sopravvissuta, Liyan Zheng: dei due killer, al momento, si sa che non sono più assieme. La console cinese a Firenze, Zhou Yunqi, non sembra voler abbassare i toni: «I nostri connazionali devono essere pronti all'autodifesa». Ma in ogni caso quello che attraversa Roma è un corteo che non cerca vendetta, «solo giustizia». I familiari della bimba uccisa sono mischiati agli altri: zie che faticano a camminare, zii e cugini che procedono a capo chino, sorreggendo le foto delle vittime. Dicono di essere «commossi per la partecipazione al nostro dolore, grazie a tutti gli amici italiani». Per lo più, gli italiani sono affacciati ai balconi o fermi sui marciapiedi: alcuni pregano mentre sfila la comunità cinese, che per la prima volta mette da parte la consueta riservatezza e scende in piazza. Con questi megafoni che, in realtà, sono amplificatori di voci registrate: li tengono in alto, non c'è bisogno di avvicinarli alla bocca. 
«Italiani fate come noi», dice Wen, 32 anni, in Italia da venti. «Dovete protestare per ottenere ciò che vi spetta, che spetta a tutti: vivere senza avere paura». Chen ha 28 anni e fa il «pellettiere» a Firenze. «È sempre la stessa storia: contro una comunità come la nostra, che pensa solo a lavorare, si commettono reati uno dopo l'altro». Yang Dixi, un amico della vittima, ammette. «Siamo più colpiti perché preferiamo evitare i tribunali e non sporgiamo denunce: perché vediamo malviventi rilasciati il giorno dopo e temiamo ritorsioni». Nel corteo ci sono tutte le forze politiche. La presidente del Lazio, Renata Polverini, parla di «messaggio forte» alla città. Alemanno non partecipa al corteo e in tv parla di «quartieri in cui le bande si contendono la droga». Aggiunge, il sindaco: «Non mi sento responsabile». Ma il Pd attacca: «Se non la si finisce con gli spot sulla sicurezza — accusa il segretario romano, Marco Miccoli — si finirà per minare la coesione sociale».

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