«C'è chi si suicida per i crediti»

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Bortolussi (Cgia Mestre): molti imprenditori rovinati per i tempi lunghi dello Stato Cinque casi da inizio 2012. «Le Asl pagano dopo uno o anche tre anni. Lo stesso le grandi imprese, che ti usano come una banca»

Gli ultimi due episodi, in Sicilia e Lombardia. Ma sono già cinque i casi di suicidio tra i piccoli imprenditori e i commercianti dall'inizio dell'anno. Un malessere dovuto alla crisi, forse anche acuito dal periodo di festa. A Catania un concessionario di moto, a Robecco sul Naviglio un elettricista. E poi a Trani un venditore di climatizzatori, ad Ascoli un agricoltore, a Bari un pensionato la cui famiglia gestisce diversi negozi. La vergogna dei debiti, la sconfitta di dover licenziare, la paura del futuro, il gorgo nero dell'usura. Si incrociano diversi motivi in ciascuna di queste storie, spesso insondabili, ma tutte accomunate dalla potenza della recessione, che travolge vite e relazioni. La Cgia di Mestre da anni studia e osserva l'economia italiana, con lo sguardo speciale della piccola impresa artigiana, che è poi il pilastro portante della nostra struttura produttiva: «Basti pensare - ci dice Giuseppe Bortolussi, segretario dell'associazione - che nel 2011 ben il 63% delle nuove assunzioni è avvenuto in aziende sotto i 20 dipendenti». Imprenditori e lavoratori sembrano sempre più soli. Cosa non riesce a ripartire? Perché non ci riprendiamo dalla crisi? La cosa che più salta agli occhi è la mancanza di fiducia nel futuro. Cito solo due casi qui in Veneto, dove negli ultimi due-tre anni si sono tolti la vita una cinquantina di imprenditori. Circa un anno fa mi ha colpito l'episodio di un vicentino, che si è ucciso dopo aver pagato tutti i suoi debiti. Non è, insomma, la fuga dalle responsabilità di chi ha speso tutto in Ferrari e Porsche, ma la stanchezza, la fatica di un contesto pieno di difficoltà che pare non cambiare mai. Un altro, il padovano Giovanni Schiavon, titolare della Eurostrade di Vigonza, aveva crediti per circa 200-300 mila euro da vari enti pubblici, ma non gli venivano mai corrisposti. Il paradosso è che ormai molti imprenditori non si suicidano più per i debiti, ma per i crediti. È tutto bloccato sul fronte pagamenti? Assolutamente sì, ed è un malcostume tutto italiano, siamo la maglia nera in Europa. Sia nei pagamenti dei privati rispetto alle aziende, sia nel rapporto tra aziende, per non parlare della pubblica amministrazione, che ha tempi biblici. Secondo una nostra ricerca, tra il 2009 e il 2011 i tempi dei pagamenti in Europa si sono contratti, mentre in Italia sono aumentati di ben 52 giorni. Oggi la media di tempo in cui vengono saldati i debiti da parte dello Stato o degli enti locali è di 180 giorni, che spesso nelle Asl diventano addirittura 300 e in alcuni casi 900. Se devo aspettare da 6 mesi a tre anni per vedere i miei soldi, mentre intanto devo rispettare le scadenze di Irpef, contributi e stipendi dei dipendenti, affitti, bollette di luce, gas e acqua, è chiaro che presto ho bell'e chiuso. Lo stesso avviene tra le imprese? Certo, e le imprese medie e grandi usano le piccole come se fossero una banca. Nel senso che se invece di 3 mesi, ti faccio aspettare 6, è come se tu mi stessi finanziando. E ovviamente devi stare zitto, altrimenti ti toglierò le commesse. Così in banca ci devi andare tu, invece della medio-grande impresa. E com'è l'accoglienza in banca? Su quel fronte tutto è ugualmente bloccato. Abbiamo commissionato una ricerca alla Panel Data su 800 micro imprese su tutto il territorio nazionale: è emerso che il 51,3% ha denotato un aumento della difficoltà dell'accesso al credito, cioè in pratica ha ricevuto un rifiuto o un rinvio a tempo indefinito. Un altro 37% ha visto accordare la domanda, ma con un netto peggioramento delle condizioni: tassi più alti, richiesta di maggiori garanzie. Così crescono gli «sfiduciati»: 9 imprenditori su 10 dichiarano che non si rivolgeranno alle banche nei prossimi 3 mesi. Ma come mai l'imprenditore arriva al suicidio? E il nuovo governo cosa può fare? L'imprenditore arriva al suicidio non perché non esistano le reti di solidarietà: in Veneto ad esempio sono radicatissime le associazioni di categoria, i consorzi fidi, e le stesse famiglie. Ma una volta che hai parlato con tutti, e che hai grossi debiti con lo Stato, cosa ti possono dire? Tutto si ferma a quel punto. Il nuovo governo deve sbloccare i 70 miliardi di debiti che ha rispetto alle imprese, 33 dei quali della sola sanità. Poi deve velocizzare la giustizia e la burocrazia: non posso aspettare 7 anni una sentenza per una somma che mi devono. Si taglino le tasse sull'impresa e sulle buste paga. Sul lavoro, il nostro problema non è l'articolo 18, ma piuttosto come trattenere i dipendenti. Si aumentino i tempi di preavviso, perché se mi va via un addetto capace ci metto mesi per ricostruire quelle stesse competenze con uno nuovo.

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