"Finti formaggi made in Italy prodotti con i soldi dello Stato"

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Scandalo svelato da un rapporto del Parlamento   Formaggio romeno e bresaola uruguaiana: è la catena degli inganni 

Il Ministero dello sviluppo economico che sviluppa, incentiva e partecipa alla produzione all´estero di cibi Made in Italy taroccati. Il paradosso di uno Stato che, da un lato, si fa portavoce delle aziende italiane che investono all´estero, e dall´altro - tramite un´azienda quasi interamente pubblica - produce e immette sul mercato presunte "eccellenze" del nostro food: però realizzate in altri Paesi. Non è un´ipotesi del terzo tipo: è uno dei dati che emergono dalla prima relazione sulla contraffazione alimentare firmata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale. Il rapporto, che sarà presentato questa mattina nella sede nazionale della Coldiretti (insieme al presidente della Commissione, Giovanni Fava, parteciperanno il ministro per le Politiche agricole, Mario Catania, il procuratore Antimafia Pietro Grasso, il sostituto procuratore della Repubblica al tribunale di Napoli Donato Ceglie, e il presidente di Coldiretti, Sergio Marini), illumina il lato oscuro della filiera agroalimentare del Made in Italy: una contro-produzione ingannevole caratterizzata da frodi e taroccamenti che ruotano intorno alla piaga del cosiddetto Italian sounding (prodotti spacciati per italiani mediante un packaging che gioca su bandiera tricolore, stivale e denominazioni varie). Il business dei falsi all´estero e del nostrano importato alimenta ogni anno un giro d´affari da 60 miliardi. Quasi la metà dei nostri prodotti da tavola, anche se "batte" ufficialmente bandiera tricolore, proviene da fuori; o è lavorata con materie prime estere. I tarocchi più curiosi, regione per regione? Il salame napoletano di Bucarest, la pomarola e il parmesao brasiliani, il prisecco tedesco, la ricotta americana, il pesto della Pennsylvania, la palenta (un tempo veneta) from Croazia. 
Tra gli inganni di questa catena opaca, ci sono casi clamorosi. Il più paradossale - contenuto nella relazione della Commissione - riguarda il caso Simest spa, acronimo di Società italiana per le miste all´estero, istituita nel 1990: il capitale sociale è detenuto a maggioranza (76%) dal governo italiano attraverso il Ministero dello sviluppo economico. Nasce con l´obiettivo di promuovere all´estero l´attività delle imprese italiane. Simest risulta detentrice di una quota della Roinvest srl - società facente capo alla famiglia Pinna - , la quale controlla, a sua volta, Lactitalia srl, una società che in Romania, vicino a Timisoara, produce formaggi ottenuti con latte ungherese e romeno. Sulla confezione campeggiano marchi che richiamano il made in Italy: Dolce Vita, Toscanella, Pecorino. Poi ci sono altri prodotti come mascarpone, ricotta, mozzarella, caciotta. Il caso è stato denunciato da Coldiretti. Se da una parte lo Stato italiano cerca di tutelare le nostre imprese battendosi, anche a livello europeo, per l´introduzione dell´indicazione obbligatoria in etichetta dell´origine dei prodotti, dall´altra, tramite la Simest, partecipa attivamente (per Lactitalia con una quota del 29%) alla produzione e alla commercializzazione di pecorino prodotto in Romania, con latte romeno sotto un marchio che richiama l´italianità. Altri casi sono emersi più di recente. Sempre attraverso la Simest il Ministero dello sviluppo economico promuove le vendite all´estero della bresaola uruguaiana e del culatello americano, prodotti negli Stati Uniti e venduti a New York dalla salumeria Rosi del gruppo Parmacotto. Il quale ha appena stipulato un vantaggioso accordo che prevede un investimento di 11 milioni di euro nel proprio capitale sociale da parte di Simest. Soldi pubblici destinati a prodotti made in Italy con targa straniera e ottenuti con materie prime non italiane. Dice Sergio Marini, presidente di Coldiretti: «Questo è uno Stato miope che invece di incentivare il ritorno delle imprese in Italia, finanza la loro delocalizzazione all´estero. Le iniziative di Simest hanno avuto come conseguenza crisi occupazionale e contenziosi sindacali e legali»

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