«Statali e sanità, i tagli non si toccano»

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Il governo: i saldi devono restare invariati

ROMA — «Iniziato incontro a Palazzo Chigi su spending review. Clima teso». È il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a fotografare con un tweet la situazione. Il gelo tra le parti, con le Regioni a dire che con gli ulteriori tagli che la spending review impone alla sanità e ai trasferimenti diretti da parte dello Stato non ce la faranno a garantire i servizi, e il governo che pone subito un imperativo: i saldi non si toccano perché c'è l'impegno preso a livello europeo. Questo hanno subito chiarito il presidente del Consiglio, Mario Monti, e il neoministro, Vittorio Grilli, ai governatori. Per poi indicare la strada: se è vero che i vincoli di bilancio sono stringenti, è possibile fare risparmi in altri settori. Il premier ha quindi invitato i partecipanti al tavolo a iniziare la verifica di merito, riaggiornandosi per un nuovo incontro «tecnico» a oggi, quando gli esperti di sanità delle Regioni si confronteranno con il supercommissario ai tagli, Enrico Bondi, e Grilli. 
È come in una partita a poker, in cui le Regioni a questo punto hanno detto «vediamo», oggi si partirà con la «mano» dalla sanità. La sforbiciata decisa dal decreto è pari a 900 milioni di euro per il 2012 (quindi a esercizio in corso), 1,8 miliardi nel 2013 e 2 miliardi nel 2014. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, pur chiarendo subito che non c'è nessuno strappo istituzionale perché quello con l'Europa è un impegno del Paese e non solo del presidente Monti, ha anticipato che sui contenuti «non siamo convinti, la spending review così com'è è insopportabile per le Regioni perché i tagli si sommano ad altri tagli previsti da manovre precedenti per il 2013-2014». Concedendo però che «serve un azzeramento di tutti gli sprechi per un obiettivo che noi giudichiamo sacrosanto». 
Bondi avrebbe prospettato alle Regioni che, senza tagliare i servizi, è possibile avvicinare alla linea mediana dei costi sia quelli che sono al di sotto che quelli che stanno al di sopra. Cosa che lascia scontente le Regioni che hanno i conti a posto e apre un problema politico: «Questo tipo di manovra non premia le Regioni virtuose né chi si sforza di esserlo». 
Anche sull'altra parte osteggiata della spending review, e che comporterà almeno 24 mila esuberi (queste le stime preliminari del governo), il pubblico impiego, c'è l'impegno del governo al confronto con la controparte. Dopo che il premier ha messo ben in chiaro cosa pensa della concertazione, il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, si è detto disponibile a incontrare i sindacati per un «esame congiunto», espressione che per il ministro definisce un «vincolo di ascolto» non un vincolo di accordo. Secondo la Cgil si tratta di una convocazione «ben strana», mentre la Cisl accoglie la disponibilità. 
Intanto, il difficile cammino della spending, che inizia l'iter di conversione al Senato, è stato sgravato dall'onere delle proposte di modifica alla riforma del mercato del lavoro, che verranno esaminate alla Camera come emendamenti al decreto Sviluppo. Sulla soluzione dovrebbe aver pesato anche il fatto che c'è una nuova intesa tra i partiti sul nodo Aspi (l'assicurazione sociale), sul quale il ministro del Lavoro Elsa Fornero non è disposta a cedere: la proposta di rinvio al 2014 è diventata un'estensione al prossimo biennio della mobilità, in modo tale, spiega Cesare Damiano (Pd), da «tutelare lavoratori e imprese, soprattutto al Sud, che potranno formulare accordi di ristrutturazione avendo un ombrello di copertura».

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