Concorsi: il «golpe» di fine anno esclude precari e ricercatori

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Che cosa accomuna l'ateneo di Trieste a quello di Bari? E perché il ministero dell'università guidato da Francesco Profumo ha messo sullo stesso piano quello di Foggia con la «Parthenope» di Napoli? E, ancora, il Politecnico di Bari con la «Carlo Bo» di Urbino? Insieme a Modena/Reggio Emilia, Molise, Reggio Calabria, Tor Vergata di Roma, Siena e Sassari, Udine e Perugia, questi atenei non avranno diritto ad usare i 13 milioni stanziati il 23 dicembre scorso da un decreto sulla chiamata dei professori associati ideonei. Tutti hanno sforato il tetto del 90% nel rapporto tra le spese fisse e il fondo ordinario di finanziamento (Ffo) calcolato al 31 dicembre 2010 e, insieme ad altri atenei che potrebbero aggiungersi alla lista, non potranno ricevere la seconda tranche di 78 milioni di euro prevista nel 2012 e i 173 stanziati per il 2013. 
Nel 2010, al tempo delle battaglie anti-Gelmini, questi fondi furono usati per calmare la protesta dei ricercatori indisponibili. La promessa era quella di assumere poco più di 2 mila associati. Oggi vengono usati per anticipare la regola aurea della riforma universitaria: gli atenei che superano il tetto del 90% non riceveranno i fondi per i concorsi e, quando sarà ratificato il decreto attuativo sul commissariamento, dovranno approntare procedure simili a quelle delle aziende in fallimento. D'ora in poi, a Torino gli idonei avranno diritto ad essere chiamati, mentre a Bari o a Urbino no. Le responsabilità degli amministratori ricadranno sulle spalle dei ricercatori che si trovano casualmente a lavorare negli atenei incriminati. Il decreto di fine anno distingue inoltre tra ricercatori in servizio che hanno ottenuto l'ideoneità con le vecchie regole e la maggioranza dei ricercatori non idonei che attendono l'approvazione del decreto attuativo previsto dalla riforma. E poi c'è un'ulteriore discriminazione: a questi concorsi riservati potranno partecipare docenti provenienti da università straniere, ma non i ricercatori «precari», quelli che avrebbero dovuto partecipare alla «tenure track», che è stata considerata la pietra miliare della riforma, anche se entrerà in vigore alla fine del 2012. Nell'ultimo anno sono stati 202 i posti banditi per i ricercatori di «tipo B», mentre solo 3 hanno avuto la possibilità di accedere al biennio di «tipo A» che permetterà di diventare professori. L'irrisorietà di questi numeri, e la mancanza di fondi per il sistema - che Profumo sembra avere promesso a mezza bocca - lasciano intendere che per il quinquennio 2011-2016 non ci saranno altre risorse per il reclutamento, se non quelle per i ricercatori a tempo determinato. 
Di «golpe di Capodanno» parla la Rete 29 aprile: «Il demerito "contabile" della comunità determina la condanna a morte del singolo ricercatore, la sede di appartenenza determina la possibilità di carriera. Questo è il plateale capovolgimento della logica del merito che si vuole istituire». «Il decreto - ha aggiunto la Flc-Cgil - umilia e deprime in modo irragionevole un numero rilevante di università e discrimina tra soggetti con pari diritti. Bisogna rivedere la disciplina del finanziamento e il tetto del 90%». Una misura per evitare ulteriori ingiustizie, come accade all'ateneo di Trieste che ha superato il tetto, ma non ha il bilancio in rosso.
Con un altro decreto del 27 dicembre Profumo ha rilanciato i bandi Prin che in tempi di magra rappresentano l'unico strumento per finanziare la ricerca. Il governo ha messo a disposizione 175 milioni di euro che derivano dai fondi sottratti all'edilizia universitaria, ma ha ristretto i criteri di partecipazione. Al di là dell'ottimismo di maniera sfoggiato dal ministro in una serie di interviste negli ultimi giorni, la Flc denuncia l'esclusione degli atenei più piccoli dal bando (triennali e non più biennali) e la netta preferenza per la ricerca applicata, e non di base o umanistica, del progetto «Horizon 2020», 80 miliardi che l'Ue distribuirà dal 2014. Sempre più grandi discriminazioni territoriali, epistemologiche e scientifiche gravano sui progetti elaborati dal governo Monti. sulla ricerca

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