ma in Italia si Esce dall'Università fra i 23 e i 25

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Il «3+2» abbassa l'età media in cui si discute la tesi Anche se il 23% lo fa ancora ampiamente fuori corso «Così il titolo vale meno di un buon diploma tecnico»

ROMA — «Mi viene in mente la Vita di Galileo, l'opera teatrale di Brecht». Galileo? «Sì, la scena in cui lui dice ai cardinali della Santa Inquisizione: "Venite qui vicino al cannocchiale, venite a vedere eminentissimi, per favore"». Andrea Cammelli è il direttore di AlmaLaurea, il consorzio che da anni tiene i conti di buona parte delle università italiane. Gli eminentissimi non si avvicinarono, andò a finire come sappiamo. E adesso lui, vicino al cannocchiale, vorrebbe portarci Michel Martone. Per fargli vedere non le stelle ma che gli sfigati sono sempre meno, e che a laurearsi dopo i 28 sono spesso gli studenti lavoratori.
Fino a una decina di anni fa il ragionamento del viceministro si sarebbe confuso fra le tante e giustificate grida d'allarme. Nel 2000 gli studenti italiani si laureavano in media a 28,4 anni. Erano tutti mediamente sfigati. Poi è arrivata la cosiddetta riforma del 3 + 2, voluta da Luigi Berlinguer che ha diviso in due il percorso di studi: una laurea di base di tre anni più un'eventuale specializzazione di altri due. E per fortuna il cannocchiale di AlmaLaurea ci dice che le cose sono migliorate. Consideriamo solo i ragazzi che all'università si iscrivono subito dopo la Maturità. Adesso alla laurea arrivano in media a 25,1 anni, ben al di sotto della soglia fissata da Martone. E attenzione perché parliamo di quelli che non si fermano dopo i primi tre anni ma arrivano alla laurea specialistica. E quindi si fanno cinque anni di università, uno più di prima. Una specie di miracolo possibile proprio perché la riforma Berlinguer ha smontato i vecchi corsi di laurea rendendoli più flessibili e agevoli, anche troppo secondo i critici. E infatti il 3 + 2 ha pure aumentato il numero dei laureati, passati dai 161 mila del 2000 ai 208 mila di dieci anni dopo. Nelle tabelle di Almalaurea, però, Martone potrebbe trovare anche qualche numero dalla sua parte.
Ad essere sfigato è comunque un neodottore su quattro, visto che il 23% degli studenti discute la tesi dopo i 28 anni. Ma in questa percentuale rientrano anche gli studenti lavoratori, che inevitabilmente alzano la media. Non sono pochi, uno su dieci considerando solo quelli che arrivano fino alla fine. «Un fondo di verità c'è nel ragionamento di Martone» dice Andrea Gavosto, il direttore della Fondazione Agnelli che ieri ha presentato il suo rapporto proprio sulla riforma del 3 + 2. «Una laurea presa tardi e male — spiega Gavosto — può valere meno di un diploma tecnico di buon livello. Ma questo lo dobbiamo far capire ai ragazzi quando hanno 14 anni, già a 20 non serve più a molto». E le università che dicono? «Possiamo migliorare ancora, ma di strada ne abbiamo fatta parecchia» avverte il presidente della conferenza dei rettori, Marco Mancini, impegnato in queste ore sul fronte del no all'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Martone è nato a Nizza, e forse questo c'entra perché lì finiscono prima. In Francia l'età media alla laurea è di 23 anni, in Gran Bretagna sono ancora più veloci, 22,8. Ma bisogna guardare anche cosa succede prima dell'università. In Italia la scuola dura 13 anni, uno in più rispetto alla maggior parte dei Paesi avanzati. È inevitabile che questa differenza sposti in avanti il momento della laurea. Da anni si dice che l'Italia dovrebbe fare come gli altri, togliere quell'handicap ai suoi giovani. Pochi giorni fa ne aveva scritto sul suo blog il sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria, ma il ministro Francesco Profumo ha subito chiuso, non se ne parla. Troppo pure per un governo tecnico.

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