Confindustria e sindacati, più vicini ma...

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Convergenza piena solo su cassa integrazione e mobilità: «meglio lasciare tutto com'è, per ora»


Un mancato accordo è meglio di un pessimo accordo. Come annunciato già dalla settimana scorsa, le parti sociali che stamattina incontreranno il governo per discutere di riforma del mercato del lavoro, hanno tenuto un lunghissimo faccia a faccia senza però arrivare a definire una posizione condivisa intorno ai numerosi temi sul tavolo.
Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti - segretari generali rispettivamente di Cgil, Cisl, e Uil - ed Emma Marcegaglia (presidente di Confindustria) partivano del resto da posizioni abbastanza distanti. A partire dal nodo polemico principale: l'art. 18 dello statuto dei lavoratori, ultima tutela del singolo lavoratore davanti a un'azienda che voglia liberarsene senza «giusta causa». Su questo, per una volta, i sindacati confederali si sono mostrati convinti di non dover nemmeno cominciare a discutere l'argomento, mentre la stessa Confindustria - sul punto - mostra posizioni differenziate. Anche tra i candidati a sostituire la Marcegaglia, prossima al termine del mandato, Alberto Bombassei è il più determinato a farne una bandiera per battere in breccia le ultime resistenze del mondo del lavoro; mentre per Giorgio Squinzi, titolare della Mapei, «la licenziabilità dei dipendenti è forse l'ultimo dei nostri problemi». Squinzi, tra l'altro, può far valere anche i risultati di un grande sondaggio condotto tra i manager di tutt'Italia, pubblicato lunedì, che ha dato un risultato del tutto opposto rispetto alle idee di Fornero e Monti: il due terzi, infatti, non lo ritengono una questione che dia fastidio alle imprese.
Il punto vero di contatto è stato invece sugli ammortizzatori sociali. L'idea con cui Elsa Fornero si era presentata al tavolo solo 10 giorni fa era semplicemente agghiacciante: ridurre l'attuale «sistema di protezione» alla sola cassa integrazione ordinaria, per la durata massima di 12 mesi. E poi affidarsi a un'indennità di disoccupazione per cui lo stesso ministro confessava non esserci copertura finanziaria. Una soluzione che per i sindacati diventa assolutamente impraticabile (detta con il colorito linguaggio di Bonanni «non siamo assolutamente disposti a entrare in una logica di avventura e guardare a nuovi sistemi quando non ci sono i soldi»), ma che mette in difficoltà anche Confindustria. La questione della cig è un classico tema double face. È una misura pensata per aiutare le imprese, che in un momento di crisi possono «scaricare» una certa quota di stipendi sul fondo finanziato a metà tra aziende e lavoratori. Ma col passare degli anni è diventata una misura anche a tutela dei lavoratori, che in molto casi hanno potuto arrivare all'età pensionabile solo grazie a «prepensionamenti» calibrati ad hoc. Sia Confindustria che i sindacati sanno perfettamente che la crisi si è già tramutata in recessione; e che per tutto questo anno ci si attende una frana occupazionale che soltanto con gli attuali ammortizzatori può non trasformarsi in esplosione di malessere sociale.
Anche sul tema della «flessibilità in entrata» le posizioni non si sarebbero avvicinate di molto, anche se a un occhio esterno non sembrano (con qualche preoccupazione) incolmabili. Il governo vuole «sperimentare» un «contratto unico di ingresso» che per tre anni lascia il neoassunto senza art. 18, per poi acquisire «tutele crescenti» di tipo però indefinito. I sindacati restano a difesa della loro idea di contratto di «apprendistato» (quasi la stessa cosa), e chiedono uno sfoltimento drastico dei 48 contratti «atipici» esistenti.
Alla fine, restano dichiarazioni tutto sommato interlocutorie, che parlano di «uno scambio di opinioni molto utile», di una discussione «a 360 gradi», e di alcune convergenze di cui fin qui non si era neanche discusso, come «la necessità di ridurre i tempi delle cause di lavoro».
Stamattina vedremo se questa differenziazione verrà confermata anche davanti al governo. Che, dal canto suo, ha già dimostrato - con l'attacco alle pensioni - di non essere affatto legato alle ritualità della «concertazione». E quindi di voler decidere in completa autonomia rispetto al parere delle parti sociali. O perlomeno dei sindacati. Non per caso già ieri, sul problema degli «esodati» (almeno 70.000 lavoratori che sono ormai usciti dalle aziende per accordi sindacali fatti secondo le vecchie regole pensionistiche, ma che non possono andare in pensione con le nuove), il ministro Fornero ha chiuso con durezza la porta: «le pensioni sono blindate».

A PALAZZO CHIGI

CAMUSSO «La ministra del Welfare Elsa Fornero sa bene che le scelte» fatte con la riforma delle pensioni «oggi aprono ulteriori e seri problemi in termini di disoccupazione e di prospettive per i lavoratori», incalza la leader della Cgil MARCEGAGLIA «Stiamo lavorando non in una logica di contrapposizione con il governo. Tutt'altro. Lavoriamo in una logica di condivisione, laddove è possibile, con le altre associazioni di impresa e i sindacati», la leader di Confindustria in pieno feeling con Fornero Fornero «Lavoriamo perché ci sia un bel dialogo», così la ministra ha provato a distendere il clima prima dell'incontro di oggi con le parti sociali che torneranno a palazzo Chigi per il tavolo sulla riforma del lavoro dopo il passo falso della scorsa settimana

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