"La vecchiaia inizia a 54 anni" così i ragazzi vedono gli adulti

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 Dati shock di una ricerca inglese. I geriatri: falso, giovani fino a 75.  Una ricerca del ministero del Lavoro inglese anticipa il traguardo della terza età. Gli esperti dicono che spesso è solo una questione di anagrafe. Se c´è la voglia di fare

SESSANTA, settanta, ottanta? Prima, dopo, mai? Addirittura a 54 anni, come a sorpresa rivela una ricerca inglese? O quando invece ce lo dicono le ossa, il cuore, la stanchezza, o magari la voglia di vivere che s´appanna? Definire oggi che cosa è e quando incomincia la vecchiaia è un quesito davvero sfuggente, e non a caso si parla, sempre più spesso, di età libera. E dunque fa una certa impressione sapere che qualche migliaio di giovani inglesi sotto i 25 anni, intervistati dall´istituto di statistica e dal ministero del Lavoro britannico, ritenga che la vecchiaia inizi a 54 anni, e che la giovinezza finisca a 32, come riportava ieri, ampiamente, il "Daily mail". Un bel capitombolo all´indietro, se si pensa, come sottolinea Niccolò Marchionni, ordinario di Geriatria all´università di Firenze, «che l´inizio della terza età viene ancora convenzionalmente fissato a 65 anni, ma in realtà oggi si diventa vecchi in quel decennio che precede, in media, la fine della vita, è cioè oltre i 75 anni».
Perché tutto si mescola, tutto si confonde, le soglie della demografia sono dinamiche, liquide, come mai prima d´ora. L´età matura si allunga, è sempre più sana, in forma, sessualmente attiva (elemento considerato fondamentale per il benessere psico-fisico) mentre la vecchiaia si dilata, sconfinando ben oltre gli ottanta anni. «Ma nella mia esperienza - aggiunge Marchionni - a fronte di una popolazione anziana vivace ed attiva, ma anche colpita in modo massiccio dalle malattie degenerative, ho visto che la vecchiaia inizia quando scompare la voglia di fare. Quando declina l´interesse per gli altri e per il mondo. Quando la depressione, che è purtroppo una fedele compagna dell´ultima parte della vita, diventa incurabile e prende il sopravvento. E qui sono fondamentali le reti d´aiuto: la famiglia, gli interessi, gli amici».
Se però, così dimostrano le statistiche, si vive in media 84 anni per le donne e 79 anni per gli uomini, come mai un venticinquenne "percepisce" come vecchia una persona di "soli" 54 anni e anzi a 32 anni si considera già non più "young", anche se con il salire dell´età degli intervistati la media arriva ai 59 anni? C´è qualcosa che non torna, o che forse deve far riflettere, visto che il mondo occidentale è pieno di donne che diventano mamme a 40 anni (e la maternità è simbolicamente immagine di giovinezza), ed è pieno di ultrasessantacinquenni saldamente produttivi nel mercato del lavoro. Per Alessandro Rosina, demografo dell´università Cattolica di Milano, però il teorema è semplice. «Un giovane percepisce come vecchio chi è generazionalmente lontano da lui. E ai nativi digitali, abituati a cambiamenti velocissimi, a possedere strumenti che mutano in continuazione ma diventano obsoleti con altrettanta rapidità, gli adulti digiuni di quei linguaggi sembrano abissalmente lontani. E dunque vecchi». Un elemento in più che spiega quanto è ormai impossibile codificare un tempo, se si pensa poi, come ricorda con leggerezza Niccolò Marchionni, «che ogni epoca ha la sua terza età, erano i 40 anni per gli antichi romani, e infatti quella era la soglia per poter essere nominati senatori, mentre nell´impero austroungarico di Francesco Giuseppe, la vecchiaia arrivava a 65 anni, età di pensionamento degli ufficiali... ».
Essere anziani è sempre più una condizione mutevole. «Moltissimo dipende dallo stile di vita, dalle cure a cui si può accedere, dagli interessi che restano vivi - aggiunge Rosina - e infatti si è visto che i laureati vivono in media sette anni in più di chi possiede soltanto il diploma di scuola superiore. Numeri che in realtà dimostrano quanto avere passioni e impegni sia un vero e proprio salvavita». Ma doppiati i 65, 70 anni, che sempre più coincideranno con l´uscita dal lavoro, la vita, ricorda il sociologo Domenico De Masi, «è davvero tutta da riscrivere». Nella prospettiva di un buon quindicennio di esistenza da riempire, impegnare, rendere fertile.
«Credo che per la salvaguardia del nostro futuro bisognerà abolire l´età della pensione uguale per tutti. Perché pensione, nel linguaggio comune, viene inteso come vecchiaia. Ma c´è chi a 65 anni vuole soltanto ritirasi a vita privata, riposarsi, fare altro, e c´è chi, come il mio amico Oscar Niemeyer a 105 anni ancora progetta... ». Del resto la definizione di vecchiaia è arbitraria come quella di giovinezza. «Nell´era pre-industriale un maschio era considerato adulto a 15 anni - spiega De Masi - e a 50 era anziano, ma visto come una risorsa dalla comunità per la sua saggezza ed esperienza. È la fabbrica che inventa l´età della pensione, perché superata una certa età si veniva ritenuti non più produttivi come operai... Non c´è un´ora "X" in cui si diventa vecchi - conclude De Masi - ad un certo punto accade, ma è diverso per tutti, e l´età, a volte, è soltanto una questione di anagrafe».

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