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24 Gennaio 2012
Quella volta si parlò poi dei nomi di battesimo usati per le donne al posto dei cognomi o dei cognomi con l´articolo (Alberto Moravia era «Moravia»; Elsa Morante era «la Morante», o «Elsa»); di parole a doppio taglio come «mondano /mondana» o «uomo allegro / donna allegra»; e di altre cose simili. Guardate ora il governo Monti: salvo errore è il governo italiano con la più forte componente femminile (in percentuale e per rilevanza dei dicasteri occupati) registrata sinora, ma Monti parla sempre «del ministro Fornero» (o Severino, o Cancellieri), come se la lingua italiana non avesse la parola «ministra». Del resto, la poetessa Giulia Niccolai, intervenendo a un convegno su Gertrude Stein, si è scusata perché avrebbe detto «la Stein», non riuscendo a correggere un´abitudine magari sbagliata ma molto radicata. E suonano molto strani quegli inviti in cui le desinenze maschiliste sono sostituite da asterischi «Gentili signor*, siete tutt* invitat*...» (un´amica aveva notato che le vocali che discriminano fra maschile e femminile sono quattro su cinque: voleva proporre la U come desinenza neutra: «siete tuttu invitatu...»).
Anche se tutti i (e, certo, le) parlanti fossero d´accordo su queste discriminazioni operate dall´italiano, come rimediare? A differenza di quanto si pensi normalmente, la grammatica viene dopo la lingua: non prima. Chiama regole le regolarità, e agli usi censurabili (per storia, per convenzione, per etica o politica) deve limitare a darsi titolo di errore, ma non può certo imporre alcunché. E poi, se è vero che la lingua è in relazione con un modo di vedere il mondo, è altrettanto vero che si può cambiare la visione del mondo agendo sulla lingua? Pensare di procedere per decreti, e solo così, sostituisce una mentalità autoritaria (ma soprattutto velleitaria) a quella dinamica di riflessione, casualità, tensione, intenzione, inconsapevolezza collettiva, che è poi l´unico modo in cui cambiano davvero le lingue e le culture.











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