L'altra Resistenza nei lager

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Le testimonianze dei deportati politici, una diversa forma di lotta


Nei campi di concentramento tedeschi, oltre agli ebrei costretti a portare la stella gialla, furono rinchiusi migliaia di partigiani, antifascisti e resistenti civili, con la tuta a strisce e un triangolo rosso all'altezza del cuore.
Ora la storia dimenticata dei deportati politici italiani viene raccontata per la prima volta attraverso i loro scritti. Centinaia di lettere e diari, documenti quasi tutti inediti, sono stati raccolti nel libro Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (Einaudi), di Mario Avagliano e Marco Palmieri, che avevano già raccontato con le medesime toccanti modalità (il mosaico delle scritture private) le vicende degli internati militari e degli ebrei italiani perseguitati.
La memoria della deportazione politica è stata trascurata nel dopoguerra, ma il fenomeno riguardò circa 24 mila persone (1.500 donne) e quasi la metà di loro, oltre diecimila, morirono nei Konzentrationslager nazisti. A Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e nel lager femminile di Ravensbrück furono deportati, e spesso assassinati, italiani di ogni parte della penisola, antifascisti e partigiani di tutte le fedi politiche, operai colpevoli di aver scioperato e cittadini protagonisti di atti di Resistenza civile e senz'armi.
«Questa, Gemma, è la mia guerra» scrive un deportato dall'interno del campo di Bolzano. «Sopporto rassegnato: il corpo potrà soffrire, l'anima potrà soffrire, ma una cosa non muore: l'Idea. E la Patria è l'idea divina», manda a dire a casa un altro deportato.
Il saggio di Avagliano e Palmieri inizia dal momento della cattura e delle torture subite in carcere — San Vittore a Milano, Marassi a Genova, le Nuove a Torino, il Coroneo a Trieste, Regina Coeli a Roma e così via — per estorcere informazioni sui compagni di lotta. «Mi martellarono in faccia qui al carcere, poi al loro covo» scrive Luigi Ercoli da Brescia. «Siccome non volevo parlare con le buone allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi (non spaventarti). Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto). Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare», scrive alla famiglia la staffetta partigiana Jenide Russo. Mentre in uno straordinario biglietto clandestino da Regina Coeli, Enrica Filippini Lera ci fa rivivere dall'interno il momento in cui vennero prelevati centinaia di detenuti trucidati dalle SS di Herbert Kappler alle Fosse Ardeatine: «Abbiamo passato ore angosciose che non potremo mai dimenticare. Ho avuto sempre tanta forza e tanto coraggio ma in quel momento ero come distrutta. L'orrore è qualcosa che stritola che distrugge. È come se mi avessero strappato dei figli e sono qui trepidante ancora e vorrei difendere tutti».
Voci dal lager è un'emozionante antologia, ma è anche un saggio politico, incentrato su due concetti non scontati: c'è una continuità tra la repressione del regime e l'occupazione nazista; e la Resistenza non fu solo fazzoletti rossi e «Bella ciao», ma opera di militari, ebrei, donne, civili. Come osservano Mario Avagliano e Marco Palmieri, «non si è ancora riflettuto a fondo sul fil rouge che lega la soppressione delle libertà politiche e civili durante il Ventennio 1922-1943 e la successiva repressione di ogni forma di opposizione armata, politica, sindacale e civile nel tragico epilogo della Repubblica di Salò e dell'occupazione tedesca del 1943-1945».
Un dato esemplificativo: oltre il 25 per cento dei deportati fu catturato in operazioni di rastrellamento e su 716 operazioni di cui si conosce la composizione dei reparti che le eseguirono, ben 224 (il 31,3 per cento) furono condotte da unità militari o di polizia della Repubblica sociale.
Una parte della storiografia fa tuttora fatica a considerare i deportati e i prigionieri politici (nonché gli internati militari) come protagonisti a pieno titolo della Resistenza e della guerra di Liberazione, al pari dei partigiani che combatterono nelle città, sulle montagne o all'estero, nonostante il collegamento diretto tra gli uni e gli altri, che risulta evidente anche dalle lettere e dai diari proposti nel saggio di Avagliano e Palmieri. E se ciò poteva essere comprensibile nell'immediato dopoguerra, quando la Resistenza era considerata esclusivamente come una guerra militare e armata, lo è molto meno oggi, dopo gli studi che hanno analizzato e riportato in piena luce la rilevanza della Resistenza cosiddetta civile e senz'armi in tutta Europa.

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