Ascesa e caduta di Pugacëv, sedicente zar e vero ribelle

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Tra il 1773 e il 1775 la Russia fu teatro di uno degli sconvolgimenti più tragici tra quelli che colpirono la sua storia. Si tratta della pugacëvscina, la celebre guerra contadina che fece seguito a un lungo periodo di turbolenze politico-sociali dei cosacchi, scontenti per le sempre più rigide imposizioni economiche e politiche decise dal governo centrale, e che nel suo propagarsi andò a riguardare settori sempre più ampi della popolazione dell'Impero russo, dai contadini asserviti ai lavoratori delle industrie degli Urali, alle tante diverse nazionalità presenti nella zona (baskiri, tartari, minoranze finniche). 
La rivolta ebbe inizio nel settembre del 1773 tra i cosacchi del circondario del fiume Jaik per poi diffondersi a Orenburg, gli Urali, la zona del fiume Kama e la Siberia occidentale. Il capo rivoltoso, Emil'jan Pugacëv, riprendendo uno schema di comportamento già diffuso a partire dal XVII secolo (si pensi al Falso Demetrio dell'epoca dei Torbidi), si era dichiarato lo zar Pietro III miracolosamente sopravvissuto alle trame di Caterina II (in realtà lo zar era morto durante il colpo di stato del 1762). Aveva poi condotto la rivolta con crudeltà e astuzia, mettendo a ferro e fuoco i territori coinvolti dalle attività belliche. Anche dopo la sconfitta, la cattura e infine, a conclusione di un lungo processo l'esecuzione a Mosca sulla piazza Bolotnaja nel gennaio 1775, Pugacëv rimase - e rimane - nell'immaginario russo una figura emblematica. Accanto al rivoltoso secentesco Stenka Razin, egli è ancora oggi simbolo di quell'idea di sconfinata libertà, ferinità e cieca forza del bunt, della rivolta popolare russa. Non a caso dopo la rivoluzione d'Ottobre nelle file dell'emigrazione bianca più volte si tracciò un parallelo tra il falso Pietro III, l'impostore Emel'jan Pugacëv, e Nikolaj Lenin, alias Vladimir Ul'janov, che venne definito anche il «Pugacëv vittorioso». Ma il rilievo culturale della figura di Pugacëv è legato anche alla sua trattazione letteraria. Della guerra contadina scrisse nelle sue memorie il poeta Gavriil Derzhavin, che aveva preso parte a quella campagna, e alla storia di Pugacëv dedicò celebri pagine Aleksandr Puskin. L'autore della Figlia del capitano, nella quale di Pugacëv si fornisce un vivido ritratto storico e umano, scrisse una «Storia di Pugacëv», del cosiddetto bunt, redatta dopo una capillare disamina sul campo delle fonti, comprese quelle orali degli ultimi testimoni di quei fatti. A Pugacëv dedicò un poema Sergej Esenin, e il suo nome divenne assai familiare in occidente, soprattutto grazie al capolavoro puskiniano, ma anche andando a incarnare più in generale il mondo cosacco russo (mi sia permesso qui ricordare con un sorriso il «lupo della steppa» Pugacioff del fumetto Tiramolla di Giorgio Rebuffi).
Marco Natalizi, che ci ha abituato a studi di grande rigore, fondati su dati fattuali di prima mano e insieme percorsi da un'indubbia originalità interpretativa, propone adesso - dopo i volumi All'ombra della legge sull'amministrazione delle comunità urbane russe del XVIII secolo e Il caso Cernysevskij - una nuova monografia, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugacëv (Donzelli, pp. 247, euro 25), nella quale intende fornire una lettura nuova della pugacevscina, basata sulla messe di materiali pubblicati nel corso di oltre due secoli, specie in epoca sovietica, materiali che ci permettono, se riletti con occhio attento, di giungere a una più articolata definizione delle cause sociali, politiche, culturali e etniche del grande sovvertimento.
Lo storico ripercorre la biografia del futuro samozvanec, il disertore e fuggiasco Pugacëv autoproclamatosi lo zar Pietro III, e il complesso intreccio di avvenimenti che lo porteranno a raccogliere attorno a sé sulle rive del fiume Jaik (tale idronomo fu poi sostituito per volere di Caterina II con Ural) una banda di rivoltosi che andrà rimpolpandosi con l'estendersi dell'insurrezione dagli Urali alla Volga tra i cosacchi, i servi russi e le varie nazionalità della steppa. Il titolo dello studio di Natalizi, La rivolta degli orfani, pone in rilievo l'idea centrale del libro, quella che il grande movimento insurrezionale al di là dei suoi sviluppi contingenti e dei singoli episodi storici, affondi le sue radici in quel malcontento che si era diffuso in diversi gruppi sociali e etnici nella Russia cateriniana per il crescente potere della nobiltà proprio al tempo dell'Assemblea legislativa convocata dall'imperatrice. E così la ribellione trarrebbe origine dall'esigenza di ripristino del modello petrino di controllo della nobiltà, dei possidenti terrieri, i cosiddetti pomesciki. 
Natalizi studia a fondo i tratti culturali, religiosi e comportamentali del composito mondo cosacco e contadino e di quello delle tante nazionalità presenti sul territorio e lo fa sforzandosi di ricostruire i singoli eventi bellici e di definire in prospettiva storica i tratti psicologico-comportamentali oltreché sociali, del ribelle Pugacëv e di alcuni dei suoi seguaci più significativi, dal capo baskiro Kinzja Arslanov al cosacco Zarubin-Cika. Centrale è la narrazione sulla presa di Orenburg, del lungo assedio di Ufa, e subito dopo l'analisi del corpus di ukazy e disposizioni redatte dal falso zar «liberatore». Come si puntualizza nell'introduzione lo studio della pugacëvscina non si può esimere da una caratterizzazione del suo carattere politico e del suo programma. Allo stesso tempo Natalizi è attento a registrare le reazioni del mondo contadino russo. Proprio questa prospettiva mostra la complessità del fenomeno che lo storico, fine conoscitore della storia e della cultura delle etnie presenti nel territorio russo, cerca di rivedere sulla base delle ricerche più recenti dedicate alla storia dei popoli stanziati tra il medio corso della Volga la Kama e gli Urali. 
Con ritmi incalzanti e dovizia di dati il volume sviluppa la narrazione degli eventi successivi. L'intervento decisivo del generale Aleksandr Bibikov, la riorganizzazione dell'esercito imperiale e la presa di coscienza dei nobili sono all'origine del contrattacco dei regolari che porterà alle rovinose sconfitte dei rivoltosi sotto Orenburg e Ufa. Natalizi ripercorre tutte le fasi della guerra, dall'effimera vittoria di Kazan' della quale esiste una celebre descrizione di Puskin, alle susseguente disfatta dopo le orge e i violenti saccheggi, e poi agli errabondaggi del falso Pietro III e delle sue schiere e alle numerose ribellioni di contadini e villaggi allogeni contro i funzionari del potere centrale e i sacerdoti della chiesa ortodossa.
Pur rimanendo uno scritto propriamente scientifico, corredato da una fitta tela di note e rimandi bibliografici, il racconto storico acquista in alcuni passaggi, anche per il carattere esotico delle ambientazioni, i tratti di una narrazione avvincente. La fuga del sedicente Pietro III incalzato dalle truppe del generale Michel'son dopo i tentativi di portare dalla propria parte i cosacchi del Don e la dura sconfitta di Cernyj Jar si concluse con la sua consegna per mano di alcuni dei suoi fedelissimi alle autorità, i primi interrogatori (cui prese parte anche Aleksandr Suvorov), il trasferimento prima a Simbirsk, poi a Mosca, la condanna e l'esecuzione, che ogni lettore russo ha presente attraverso il racconto puskiniano. Un glossario e una serie di cartine storiche che descrivono gli eventi attribuiscono al lavoro di Natalizi un ulteriore valore documentario, che bene si coniuga con la specifica attenzione rivolta al mito storico-popolare di Pugacev nel tentativo di delineare alcuni dei tratti fondamentali della specificità culturale russa.

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