Disegnare per salvarsi dall´orrore di Dachau

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Esposte a Legnano le strazianti carte create da Zoran Music in campo di concentramento: "Una ragione per resistere" 

  Legnano - «Comincio timidamente a disegnare. Forse così mi salvo. Nel pericolo avrò forse una ragione di resistere». Novembre 1944. L´artista sloveno Zoran Music è la matricola 128231 del campo di concetramento di Dachau. Ha 35 anni. È nato a Bukovica, un villaggio di confine a pochi chilometri da Gorizia, allora territorio austroungarico, occupato dai nazifascisti. La sua colpa, avere rifiutato l´arruolamento nelle SS. Il fisico robusto, che lo aiuterà a sopravvivere, lo rende "sfruttabile" per il lavoro nello stabilimento di munizioni. Dove di nascosto si procura carta e matita. «Disegno come in tranche... le cose viste strada facendo verso la fabbrica». Scene agghiaccianti: «L´arrivo di un trasporto. Un carro bestiame aperto. Cascano fuori i morti. Qualche sopravvissuto impazzito urla, con gli occhi fuori dalle orbite».
Sei mesi vissuti «in un quotidiano paesaggio di morti e di moribondi», testimoniati dagli strazianti disegni che aprono la mostra "Se questo è un uomo" curata da Flavio Arensi a Legnano (Palazzo Leone da Perego, fino al 19 febbraio, catalogo Allemandi). Il titolo è lo stesso del memoriale di Primo Levi da Auschwitz: «Voi che vivete sicuri - nelle vostre tiepide case - voi che trovate tornando a sera - il cibo caldo e visi amici - considerate se questo è un uomo - che lavora nel fango - che non conosce pace - che lotta per mezzo pane - che muore per un sì o per un no».
I primi fogli in mostra, mai visti in Italia, prestati da un collezionista sloveno, sono datati "Dachau 1945". Poveri corpi ridotti a scheletri, adagiati per terra, in attesa di sepoltura, nei giorni della liberazione del campo da parte dell´esercito americano. Nelle sale successive colpiscono al cuore i dipinti e le incisioni del ciclo "Noi non siamo gli ultimi", realizzato a partire dal 1970. Music vive tra Parigi e Venezia, è un artista di successo. «Ma ancora oggi mi accompagnano gli occhi dei moribondi, come centinaia di scintille pungenti». L´incubo resuscitato si fa memoria e monito. La Shoah potrebbe ripetersi, avverte con queste opere. Volti scarnificati, contratti in smorfie di dolore che ricordano l´Urlo di Munch. Mani magre, aggrovigliate come radici di un albero rinsecchito. Corpi, cataste di corpi, che svaniscono in un pallore informale: «Il bianco era il colore dei cadaveri senza quasi più carne».
Integra l´esposizione una piccola ma efficace antologia dell´altro Music, protagonista di un percorso pittorico iniziato nel segno di una figurazione lieve (Cavalli che passano, 1948), approdato a un´astrazione informale (Terre dalmate, 1960), sempre con uno stile parsimonioso, fatto di pochi segni e pochi colori. Ecco i paesaggi senesi del dopoguerra (quando Music viaggia in Italia come giornalista), la Cattedrale parigina del 1984, che ricorda Monet ma ne ribalta la prospettiva e l´umore (Music non è stregato dalla luce che accarezza la facciata, ma dal buio che avvolge l´interno), la Giudecca e altri scorci veneziani (i cordami aggrovigliati evocano le braccia dei morti nei campi), i toccanti ritratti della Donna con cappello, l´amatissima moglie e musa Ida Barbarigo. Chiudono il percorso gli evanescenti autoritratti degli anni ´90. Music, quasi cieco, vi appare come una Grande figura grigia avvolta nella nebbia. Morirà quasi centenario. Le sue ceneri sono custodite in laguna, sull´isola di San Michele.

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