Borsellino E un tratto di matita fa rivivere il giudice

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I disegni di Giacomo Bendotti ripercorrono i due mesi che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio Nel ventesimo anniversario della morte del magistrato il resoconto dei giorni drammatici che precedettero l’attentato

Le scale fatte di corsa, il cuore in gola, la rabbia. E il pianto. «È morto fra le mie braccia», singhiozza in ospedale quando è già sera. Il suo amico Giovanni non c’è più. È il 23 maggio 1992 e la storia si apre con la tavola che fa vedere due cartelli stradali, il primo con l’indicazione per Palermo, l’altro con quella per Capaci. Nella successiva immagine c’è solo un cratere, la fossa dove è scivolata l’auto di Falcone. E poi ecco lui con la sigaretta sempre fra le labbra che prende un sasso sull’autostrada e lo tiene sulla sua scrivania, lui che si sveglia di notte e parla con la figlia Lucia, lui che confessa tutte le sue paure alla moglie Agnese. Il titolo è “Paolo Borsellino, l’agenda rossa”, una striscia dopo l’altra per la cronaca a fumetti dei 57 giorni che dividono le due stragi siciliane. Il tormento di un uomo e il coraggio di un magistrato (BeccoGiallo, 128 pagine, 14 euro) disegnati e raccontati da Giacomo Bendotti, un resoconto di quei due mesi vissuti pericolosamente a Palermo, le paure, le angosce, i sospetti. Come quelli sul procuratore capo della repubblica Piero Giammanco — che prima non informa Paolo Borsellino della decisione di Gaspare Mutolo di volersi pentire proprio con lui, e che poi non lo
avverte di essere finito in una lista di bersagli da eliminare — ricostruiti in due incontri fra Roma e la Sicilia. Il primo è all’aeroporto di Fiumicino. Il magistrato incontra il ministro della Difesa Salvo Andò che gli chiede: «Che misure avete preso?». Gli ribatte Borsellino: «A cosa si riferisce?, scusi». Il ministro: «La lettera di questi giorni.. L’informativa del Ros». E ancora Borsellino: «Non capisco ». Il ministro: «La lettera con le minacce di morte, deve essere arrivata anche in procura da voi». Borsellino: «Che lettera è?». Il ministro: «Vogliono uccidere me, il giudice Di Pietro e lei dottor Borsellino, questo c’è scritto». Nelle pagine seguenti c’è il faccia a faccia con il procuratore Giammanco, che al suo collega aveva nascosto anche quella terribile notizia. «È un mio diritto sapere se mi vogliono ammazzare, perché non mi hai detto niente?», urla Borsellino. E l’altro: «Calmati, Paolo, la competenza è di Caltaniss...». Alla fine, ancora le grida di Borsellino: «Smettila con queste minchiate della competenza».
Scrive sulla sua agenda il magistrato, va a trovare la madre malata, interroga finalmente Gaspare Mutolo che gli rivela nomi di alti funzionari del ministero dell’Interno
collusi con i boss. Uno soprattutto, quello di Bruno Contrada, ex capo della squadra mobile di Palermo e nell’estate del 1992 numero tre del servizio segreto civile.
Giorni di tensione, sempre più alta. Fino a quando - è a pagina 77 - Paolo Borsellino parla con il suo amico sacerdote e gli dice che il tritolo è pronto, il tritolo per uccidere un altro magistrato - lui - dopo Falcone: «È arrivato con un carico di sigarette, mi ha telefonato la guardia di finanza un attimo fa».
È già venuto a sapere della trattativa fra pezzi dello Stato e pezzi della mafia, è già stato avvertito che alcuni ufficiali del Ros hanno agganciato l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino per proporgli qualcosa, uno scambio, un accordo. Sa che sono i suoi ultimi giorni di vita. È al mare, da solo. Nuota
e pensa a tutto quello che gli è accaduto nelle settimane precedenti. Pensa soprattutto al suo primo interrogatorio con il nuovo pentito Mutolo. Non era passata neanche un’ora da quando il mafioso aveva cominciato a parlare e il cellulare di Borsellino si era messo a squillare. Dall’altra parte il capo della polizia Vincenzo Parisi che lo invita al Viminale per incontrare il ministro Nicola Mancino, appena insediato quella mattina. Borsellino ci va e, fuori dalla stanza del ministro, trova insieme a Parisi anche Bruno Contrada, il funzionario il cui nome gli era stato fatto pochi minuti prima da Mutolo.
Nuota nel mare di Villagrazia di Carini. E nella sua mente s’inseguono cattivi pensieri. Una tavola dopo l’altra: «Il mio primo interrogatorio con Mutolo non è stato interrotto per caso», «Contrada
sapeva che Mutolo era intenzionato a parlare dei suoi rapporti con Cosa Nostra», «Interrompere il colloquio, farmi convocare dal capo della polizia, mostrarsi fisicamente all’interno del ministero erano avvertimenti, minacce come dire: “So cosa sta per rivelarti Mutolo ed è meglio che non lo ascolti”…».
Scrive ancora sulla sua agenda rossa Paolo Borsellino. Scrive tutto. Ma non troveremo nulla di ciò che era venuto a sapere in quei 57 giorni. L’autobomba, l’inferno di via Mariano D’Amelio, qualcuno che apre il bagagliaio dell’auto blindata, i cadaveri dei poliziotti di scorta fra i fumi e i fuochi del-l’attentato, una borsa che passa di mano in mano. Qualcuno la apre. Prende l’agenda rossa del procuratore. Richiude la borsa. E sparisce.

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