Thailandia. Il vuoto di potere e una società divisa

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La crisi in cui la Thailandia è precipitata nelle ultime settimane, se da un lato ha fatto emergere in maniera lampante le profonde spaccature interne al paese, dall'altro ha dimostrato la debolezza del sistema politico e quella del governo di Abhisit Vejjajiva. Una crisi non circoscritta alle manifestazioni iniziate due mesi fa a Bangkok, ma che risale almeno ai tempi del colpo di stato incruento che ha deposto Thaksin Shinawatra nel 2006 e al modo in cui le dinamiche del potere sono state gestite da allora.
Il movimento delle camicie gialle sceso in piazza per la prima volta nel 2006, di segno opposto a quello delle camicie rosse ma uguale nelle modalità di azione e nell'intento di far cadere il governo in carica, potrebbe tornare a farsi sentire, come del resto ha già fatto nei giorni scorsi, criticando, stavolta, il premier Abhisit. Il bagno di sangue in cui sta sfociando in queste ore la protesta dei rossi non farà che acuire le tensioni, aumentando la rabbia dei rossi.
Ma le divisioni nella società non si limitano solo alla quella tra rossi e gialli, poveri e ricchi, contadini ed élite urbana, filo-Thaksin e filo-monarchici che non vogliono perdere i propri privilegi. Tutto questo esiste, certo: è un dato che il 70% della popolazione vive in aree rurali, che una buona parte di questo 70% è rimasta tagliata fuori dallo sviluppo economico degli ultimi venticinque anni, mentre il paese oggi è la seconda potenza del sudest asiatico dopo l'Indonesia, e che 3 milioni su 61 milioni di thailandesi sono poveri, non scolarizzati e vivono nelle campagne.
Il boom economico degli anni ottanta che ha visto fiorire Bangkok come centro commerciale, turistico ed economico, si è lasciato dietro masse di contadini con una disparità di salario rispetto agli abitanti della capitale pari a un terzo in meno. Le regioni agricole del nordest hanno inoltre sofferto della crescente competizione con il mercato cinese. Ma le polarizzazioni all'interno della società tailandese sono più complesse e il dato forse più rilevante, e che spiega la testardaggine dei manifestanti che continuano a invocare Thaksin, pronti a dare la vita pur di non cedere, è la mancanza di credibilità e quindi di riconoscimento del potere.
Abhisit ha dimostrato di essere un personaggio debole, incapace di affrontare la situazione, ma il suo tallone d'Achille sta nel modo in cui è arrivato al governo. Quando le camicie rosse lo accusano di non essere legittimato a guidare il paese perché non è stato eletto, in parte dicono la verità. Alla fine del 2008 si è ritrovato primo ministro dopo che la Corte suprema aveva dichiarato illegittimo il partito allora al governo, guidato da un fedelissimo di Thaksin. Venuta meno la maggioranza, l'opposizione guidata dal Pad di Abhisit ha preso il suo posto.
Tra i manifestanti scesi in piazza con le camicie rosse ci sono anche cittadini di Bangkok che fanno parte dell'élite istruita e di quella classe media, minoritaria nel paese, che non si riconosce nel governo di Abhisit, troppo arroccato sugli interessi di pochi. La maggior parte dei manifestanti che sotto il cappello del Fronte unito per la democrazia contro la dittatura (Udd), movimento di piazza nato nel 2009 contro l'attuale governo, dal 12 marzo scorso occupano il quartiere commerciale di Bangkok e in queste ore sfidano i proiettili dei militari, provengono dalle zone rurali del nord e del nordest.
Ma dietro tra i leader dei rossi, una compagine frastagliata che va dall'estremismo del generale Kattya, eliminato non si sa bene ancora da chi, a soggetti più moderati che erano favorevoli ad accettare la road map di Abhisit ora carta straccia, ci sono anche ex sostenitori del Pad e uomini come Nattaw Saikua, che incitava i manifestanti col megafono in mano e che in un'intervista a un giornalista americano nei giorni scorsi aveva spiegato: "Non siamo tutti per Thaksin, ma lui è diventato un simbolo potente dell'ingiustizia e del doppio-standard interne alla società, in questo senso per il movimento è importante". Inoltre l'assenza del re, che più volte in passato aveva svolto un ruolo di mediazione, pesa molto su questa crisi. Ma pesa ancor di più il fatto che la devozione al monarca non è più comune a tutta la popolazione. Il fatto che esista ancora il reato di lesa maestà, per cui chiunque critichi il sovrano può essere punito anche con quindici anni di prigione, per molti è anacronistico e poco si addice a una democrazia, che alcuni vorrebbero vedere riformata, modernizzata.

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