LIBRI. Guido Rossi: Dittatura del mercato, crepuscolo del diritto

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(dal “Corriere della Sera, 31 gennaio 2006)
ANTICIPAZIONE Un saggio denuncia i rischi connessi agli sviluppi distorti della modernità

Dittatura del mercato, crepuscolo del diritto

«La globalizzazione senza regole ci fa ricadere nello stato di natura»

GUIDO ROSSI

Assistiamo a una sorta di ritorno alle origini. Cosa intendiamo con “le origini“? Nient`altro che il momento di passaggio in cui si sviluppa la ricerca di una possibilità di convivere in modo dente in comunità. Le origini sono infatti collegate a un fattore estremamente imoortante
Fattore che è il cambiamento dello strumento di controllo sociale. Se non c’è tale cambiamento sociale non si sviluppa alcuna società, o quanto meno non si sviluppa una società decente. Non a caso, infatti, quando si parla di «stato di natura», precedente alle origini, si parla in realtà dell’homo homini lupus di Hobbes e del Leviatano come suo rimedio. Si parla cioè di uno stato di natura selvaggio, in cui il controllo sociale è dato dalla violenza. Ma chi domina allora il controllo sociale? Chi detiene tale controllo? Risposta: il più forte, che spesso è il più violento. Ed è evidente che una società decente non può basarsi sulla violenza. È per questo che le origini hanno bisogno di qualcos’altro. Ecco allora che insieme a tanti altri fattori, che sono sicuramente, ad esempio, la religione e la morale, interviene il diritto, inteso in senso lato come la regola o le regole del gioco, che hanno il loro fondamento in una delle tante versioni del contratto sociale. Si può dire in effetti che le norme giuridiche siano le regole del gioco di una società decente, tenendo sempre presente che si tratta di regole raggiunte faticosamente per dominare quello stato di natura selvaggio iniziale.
Non è un caso allora che l’inizio delle origini chiami in causa effettivamente la figura di Romolo. Il quale, come dice Virgilio nel VI canto dell’Eneide, primam qui legibus urbem fundavit , ossia «diede fondamento di legge alla città». Come e in che senso Romolo fondò la città? Attraverso la legge. Tutti concordano nell’affermare che fu Romolo a fondare Roma e a darle una prima legislazione, noi diremmo il primo ordinamento di una società che diventava così società civile. (…) Uno dei maggiori filosofi del diritto moderno, Hans Kelsen, ha creato un sistema autopoietico del diritto. Un sistema cioè estremamente chiuso, in cui il diritto si giustifica da sé, quindi è sì uno strumento di controllo sociale, però la sua origine non può essere spiegata dal diritto stesso. La Grund norm , cioè la norma di base, sulla quale ogni ordinamento si fonda, non ha mai il suo inizio in un atto giuridico, bensì in un atto di violenza. Normalmente la Costituzione, che è la prima norma da cui derivano tutte le altre norme che giustificano l’ordinamento, nasce da rivoluzioni e sovvertimenti sociali. Ha cioè un’origine violenta, così come si è verificato per la fondazione di Roma, quando, anche attraverso l’uccisione di Remo, Romolo ha introdotto i primi principî di base di un ordinamento giuridico che doveva poi sostenere tutta la successiva civiltà occidentale. Non è un caso che il diritto romano, nell’elaborazione da Romolo fino al VI secolo, col codice di Giustiniano, abbia dominato in verità tutta l’Europa e continui a dominarla sino alla emanazione dei codici moderni. (…)
In che senso, ora, possiamo parlare di un «nostro» ritorno alle origini? È diventata opinione diffusa il fatto che a un certo punto le regole dell’economia risultino superiori alle regole del diritto. Il diritto segue l’economia, e la segue in modo molto spesso scriteriato. Se pensiamo a cosa sono state ad esempio le crisi finanziarie che hanno colpito anche i risparmiatori italiani e a che cos’è il risultato di una legge a tutela del risparmio mai approvata dal parlamento italiano, ci rendiamo conto di come il diritto, indipendentemente da qualunque altra valutazione, arrivi veramente dopo – molto dopo – le salmerie, e sia praticamente incapace di risolvere i problemi che si sono creati.
Ma da dove deriva questo singolare fenomeno? Da dove nasce questa singolare autonomia della vita economica rispetto al diritto? Se la vita economica va per conto suo e non rispetta più le regole del diritto, forse è perché le regole del diritto non ci sono più. Il che significa che il diritto non è più uno strumento di controllo sociale, perché è l’economia a dettarne le regole, naturalmente le sue regole. (…)
Esiste una mano invisibile che mette tutto a posto. E questa mano è il mercato. Ecco l’ideologia del mercato che da Adam Smith viene poi ripresa ampiamente nel ’900, soprattutto nella seconda parte del secolo, nell’epoca cioè in cui si è davvero brutalmente imposta questa ideologia del mercato come panacea per tutti i mali che riguardano l’economia. E che cosa è venuto insieme al mercato? La svalutazione totale delle regole. Il mercato svaluta la regola giuridica. Perché mai? Perché il mercato vuole appunto, essendo la mano invisibile, che la base di tutto non sia la virtù delle regole, ma sia invece la capacità contrattuale del singolo che persegue il proprio interesse. Nasce così il contrattualismo, come ideologia opposta alla regolamentazione, dove i comportamenti sono esclusivamente affidati ai singoli, alla loro volontà e alla loro libertà, in altre parole alla loro capacità di regolare i rapporti. Non c’è nessun bisogno che vi sia un legislatore o che vi sia uno Stato che decide quali siano o quali debbano essere le regole. Il contrattualismo vuole che le regole siano decise dalla libertà dei singoli, da coloro che entrano in rapporto tra di loro. Essi fisseranno da sé le loro regole. (…) Piaccia o non piaccia agli economisti, è tempo di denunciare che l’economia è la prima disciplina ad aver frantumato le regole del diritto. E – anche questo piaccia o non piaccia – il contrattualismo integralista, almeno nelle sue applicazioni più sconsiderate, assomiglia molto allo «stato di natura» delle origini.
Voltando ora pagina, ci si deve rivolgere ad un altro incredibile «mondo» che caratterizza la modernità, cioè la Rete, il cyberspazio, Internet. Il tema è ovviamente: Internet e la pirateria. Chiunque sia in grado di farlo può scaricare dalla Rete a costo zero – o tutt’al più al costo di un compact disc vergine – tutto quello che prima veniva invece pagato e faceva parte o del copyright oppure dei diritti di proprietà intellettuale, ragione per la quale le società discografiche sono assolutamente in crisi. Qual è il discorso che si impone, qui? È che in verità la Rete fa leva quasi esclusivamente sul principio di libertà e accesso per tutti. La libertà è uno dei due elementi, insieme alla proprietà, che sono alla base dei principî fondamentali dei diritti umani, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, e dell’attuale Costituzione europea. I due diritti, quello di proprietà e quello di libertà, vengono in certo modo a scontrarsi. La proprietà intellettuale non è più tutelata, perché confligge con la libertà di accesso alla Rete. La Rete esiste in quanto c’è libertà di accesso. La Rete esiste in quanto non c’è proprietà. (…) Si può in conclusione dire che la Rete, dopo l’economia, costituisca il secondo esempio tipico di frantumazione delle regole. Regole che valevano per il diritto di proprietà intellettuale non valgono più nella Rete: valgono altre regole, che però il diritto non è ancora riuscito a sistemare e ad imporre. (…)
Certamente, è dovuto anche alla Rete – insieme a strutture tecnologiche avanzatissime rispetto a quelle non solo dei secoli, ma anche dei decenni passati – il processo di globalizzazione, il cui «cascame» più violento è il terrorismo. Esso ha fatto saltare ancora più in profondità il quadro dei diritti. Vi è cioè un’altra incredibile frantumazione delle regole. Si sente dire che c’è una guerra al terrorismo. In fondo gli Stati Uniti d’America hanno formulato questa nuova ipotesi, il cui tragico, terribile inizio può essere naturalmente fissato all’11 settembre, con la distruzione delle Twin Towers, ma non si sa quando finirà. Si tratta infatti di una guerra che non è, contrariamente a tutte le guerre precedenti, una guerra contro uno Stato. Non esiste uno Stato che si chiama Terrore, nel quale risiedano i terroristi. Si tratta al contrario di una guerra in cui non sono applicabili le regole classiche, per questa ed altre ragioni (ad esempio perché i terroristi, o presunti tali, come quelli richiusi nella base di Guantanamo, sono enemy combatant , cioè non diventano prigionieri di guerra in senso classico).
Quelle che non sembrano potersi più applicare sono allora le regole dello ius belli , cioè le regole delle Convenzioni di Ginevra: non c’è nessun rispetto di quelle, ci sono al contrario l’uso della tortura e la violazione dei diritti umani. (…)
In questo momento, stiamo vivendo al cospetto di regole frantumate. Oltre agli esempi che ho fatto, molti altri se ne possono individuare: dalle biotecnologie a tutti i settori più avanzati della ricerca scientifica. Le regole base di tutto il sistema dell’ordinamento giuridico, a partire dai diritti umani fino ai diritti più evidenti e più riconosciuti, come il diritto alla proprietà intellettuale o al copyright o come il diritto dei contratti nella sua simmetria, tutto il sistema, insomma, è frantumato. E la frantumazione del sistema è anche la condizione umana preesistente alle «origini». La frantumazione delle regole nei suoi aspetti più violenti non è forse analoga alle feste dei Lupercalia? E i porcari stupratori dei colli Albani sono forse umanamente diversi rispetto ai terroristi o a chi li tortura a Guantanamo? Siamo dunque, pur nelle incredibili diversità dei contesti sociali, tornati alle origini e per combattere la violenza usiamo la violenza.
Per questo si potrebbe oggi affermare che forse abbiamo bisogno di un nuovo Romolo? Forse di Romolo no, ma certamente abbiamo bisogno di un nuovo diritto.

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