BENI COMUNI. Acqua: Le tariffe esplodono, e anche la rivolta

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Acqua Le tariffe esplodono, e anche la rivolta

di Stefano Iucci

Acqua: “esplode” la tariffa. Sempre più spesso movimenti, sindacati, comitati di cittadini e partiti politici denunciano a livello locale l’appesantimento delle bollette, individuandone la causa nelle riforme in senso aziendalistico dei servizi pubblici operate negli anni Novanta. Qualche esempio: dal 1° gennaio in Sardegna tutti i gestori della rete idrica sono confluiti in Abanoa, spa pubblica partecipata dagli enti locali. Il risultato? La tariffa media, fa notare la Funzione pubblica Cgil della regione, è già aumentata del 27 per cento e, come sta scritto nel piano industriale, raddoppierà nei prossimi due anni. Stessa musica, più o meno, in Toscana. A Firenze (dove il ciclo idrico è gestito da una spa a maggioranza pubblica, Publiacqua-Acea) tra 2002 e 2005 la quota fissa da pagare in bolletta è aumentata del 33 per cento: la denuncia arriva da Federconsumatori. E si potrebbe continuare a lungo, con Livorno (aumenti fino all’80 per cento), Arezzo (in sei anni anche il 100 per cento d’incrementi), Frosinone e Latina dove, dicono sindacati e comitati civici, a tre anni dall’inizio della gestione pubblico-privata di Acqualatina, la bolletta è triplicata. La questione acqua rientra nel grande tema della gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni. Negli ultimi quindici anni se ne è parlato tanto. Nel tempo è sembrata prevalere l’idea che la soluzione migliore fosse quella di affidarsi a una gestione di tipo aziendale e privatistico (spesso nella forma della spa mista pubblicoprivata), in grado di recuperare le inefficienze e gli sprechi di una gestione totalmente pubblica, con effetti positivi sulla tariffa e sulla qualità del servizio. Questa idea è alla base di alcuni articoli della legge 142/90 sugli enti locali (con tutte le numerose e successive modifiche) e, per lo specifico “acqua”, della legge Galli del 1994. Ma è sempre più frequentemente messa in discussione. Il punto centrale d’attacco contro la gestione aziendalistica dell’acqua è proprio quello della formazione della tariffa. In estrema sintesi, la tariffa deve assicurare, dice l’articolo 13 della legge Galli, “la copertura integrale dei costi d’investimento e d’esercizio”, nonché la remunerazione al 7 per cento del capitale investito in impianti e attrezzature, con l’utile per l’eventuale partner privato. I Comuni possono decidere – e lo fanno – agevolazioni per gli strati sociali più deboli e anche articolazioni per fasce di consumi, ma la sostanza non cambia: escono dalla fiscalità generale i costi necessari per garantire l’accesso a un bene fondamentale come l’acqua e tutto si scarica sulla tariffa. Così si spiega, per esempio, l’aumento in Sardegna: prima la bolletta copriva il 58 per cento dei costi e al resto pensava la Regione; ora il regime privatistico non lo consente più. Il privato, si diceva anche, magari aumenta le bollette, ma almeno investe. Anche questo è un assioma che il “movimento dell’acqua” tende a mettere in discussione. Ad analizzare il Piano d’ambito dell’Ato 4 in Toscana (Arezzo: società mista pubblico-privato), si scopre che “l’entità degli investimenti previsti dal 2002 al 2023 corrisponde a circa 26 euro procapite per anno. Ebbene la media nazionale dal 1985 al 1998 di investimenti nel settore idrico è di circa 31 euro procapite l’anno. Considerando il tasso di inflazione che c’è stato dal 1985 ad oggi e quello che viene previsto fino al 2023 si può affermare che l’ammontare degli investimenti del piano di ambito è pari a meno della metà della media italiana degli anni Ottanta-Novanta” ( vedi documento). Analoghe conclusioni si traggono, rispetto a Latina, dalla lettura di un articolato dossier realizzato dai Verdi. Chi fornisce questi dati sostiene un modello radicalmente alternativo: la totale ripubblicizzazione dell’acqua, vale a dire la sua gestione “in house”. I sostenitori di questa via fanno riferimento all’articolo 14 del Dl 269 del 2003 (ultima delle numerose modifiche in ordine cronologico all’articolo 113 del testo unico sugli enti locali) che stabilisce tra le modalità di gestione possibili del ciclo integrato dell’acqua l’affidamento diretto e senza gara a società interamente pubbliche. Gli estensori del Manifesto italiano per un governo pubblico dell’acqua (a cura del Comitato italiano per il Contratto mondiale dell’acqua, si può leggere nel numero 3-4 di “Quale Stato”, la rivista trimestrale della Funzione Pubblica Cgil) propongono anche meccanismi di finanziamento pubblico dei “costi relativi all’acqua per la vita e per la sicurezza dell’esistenza collettiva”. Questo per evitare quanto accaduto in Sardegna, dove forti aumenti si sono avuti anche in presenza di una società a totale capitale pubblico. La materia è complessa e controversa, ma la proposta non sembra peregrina: nel sito del Comitato italiano per il contratto mondiale dell’acqua si può trovare un bollettino aggiornato – e sorprendente – delle lotte per la ripublicizzazione dell’acqua che hanno avuto successo. Negli ultimi cinque anni hanno optato per la gestione “in house” del servizio idrico, solo per fare qualche esempio, le province di Viterbo, Ascoli Piceno, Ancona, Torino, Alessandria, Messina, Siracusa, Lodi, Bergamo e le regioni Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e la Puglia di Vendola. Al di là di ogni giudizio di merito, siamo davanti, come si vede, a un significativo mutamento di sensibilità nell’opinione delle persone, dopo il vento privatistico degli anni Novanta. Se infatti il libero accesso all’acqua è da sempre uno dei capisaldi della critica agli effetti della globalizzazione e della mercificazione dei cosiddetti beni comuni, fino a poco tempo fa il tema portava ai nativi boliviani, alla foresta amazzonica o alle dighe cinesi. Ora la battaglia per l’acqua pubblica la si fa anche in Sardegna (sciopero dei lavoratori del settore il tre febbraio), in Abruzzo (dopo le mobilitazioni di cittadini, sindacati e movimenti la giunta regionale ha recentemente votato la ripublicizzazione dell’acqua), nel Lazio (ad Aprilia 2.500 famiglie pagano la bolletta al Comune, anziché alla società Acqua Latina) e, proprio nei giorni scorsi, a Napoli dove, dopo mesi di proteste, l’Ato 2 ha appena revocato la delibera di privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato. In prima fila c’è anche la Toscana, dove un fronte variegato ha raccolto cinquantamila firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare per la ripublicizzazione dell’acqua e l’Umbria dove i cittadini di Orvieto non pagano la bolletta dal 2003, per protestare contro la gestione della multinazionale Suez. Da ultimo, anche l’Unione, che si candida a governare il paese nei prossimi anni, sembra aver recepito questo mutamento di clima: nel ponderoso programma sta scritto che, a differenza degli altri servizi a rete (come energia e trasporti), proprietà e gestione dell’acqua debbano rimanere pubbliche. Non è poco.

(ringraziamo per la collaborazione Luca De Lucia, docente di diritto amministrativo all’Università di Salerno)

(www.rassegna.it, il mese di Rassegna sindacale, febbraio 2006)

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