La democrazia e gli orrori di Guantanamo. Un testimone racconta

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(La Repubblica, DOMENICA, 26 FEBBRAIO 2006,Pagina 29 – Varie)

La democrazia e gli orrori di Guantanamo Un testimone racconta, uno scrittore accusa

CARLO BONINI

Declina il ricordo al presente. Come se il tempo si fosse fermato per sempre. E quando provi a chiedergli di affidare l´immagine di Guantanamo ad un solo sostantivo, va a pescarlo nel medioevo della caccia alle streghe. Dice: «Ordalia. Sì, Guantanamo è l´ordalia di ogni musulmano. Lo è per i prigionieri. Lo è stata per me, cittadino americano colpevole di venerare lo stesso Dio, lo stesso Libro Sacro dei nostri nemici». La voce di James Yee ha conservato il timbro deciso di un´estate non troppo lontana. Quando – era il luglio 2003 – in una baracca di Guantanamo, insaccato in una mimetica troppo larga, rivolgeva a Repubblica più domande sull´Italia di quelle a cui volesse rispondere sui dannati di Camp Delta. Allora, era per tutti semplicemente «Yee». Il cadetto di West Point. Il cappellano musulmano nato nel New Jersey e convertito all´islam, il capitano dell´esercito americano «in guerra per difendere la libertà». Il ragazzo-poster che il Pentagono aveva affisso alle porte dell´inferno, per renderne tollerabile lo sguardo. Il pastore di 600 anime in gabbia, simbolo del rispetto religioso nella cattività. Sono passati tre anni e quel poster non esiste più. Perché il cappellano Yee non esiste più. Oltraggiato dall´esercito cui aveva giurato fedeltà e obbedienza, lui, protagonista di quello spot di tolleranza, si è trasformato nel testimone oculare capace di svelarne la menzogna.
Accusato di alto tradimento, di intelligenza con i prigionieri in tuta arancio, di insubordinazione e adulterio, James Yee ha lasciato per sempre Guantanamo nel settembre 2003, imprigionato nelle stesse pesanti catene, lapidato dallo stesso sospetto. Ha marcito per 76 giorni in una cella di isolamento in un compound militare della North Carolina, ha rischiato di perdere la giovane moglie siriana, Huda, e la sua bambina Sarah. Fino a quando un giudice militare non ha riconosciuto le accuse nei suoi confronti per quel che erano: un´infamia figlia del pregiudizio, di cui l´esercito ha dovuto scusarsi. A Yee non è bastato. Si è congedato e per oltre un anno ha provato a rimettere insieme quel che restava della sua esistenza, tentando di ragionare sulla «cosa giusta da fare». E «la cosa giusta» era raccontare. Raccontare tutto ciò che i suoi occhi avevano visto tra le gabbie di quel lembo dell´isola di Cuba. Fare del suo contrappasso una spina conficcata nella coscienza dell´America. Ne è uscito un libro, For God and country, “A Dio e alla Patria“ e una nuova vita in giro per l´America come testimone di se stesso e dei prigionieri senza nome rinchiusi a Camp Delta.Oggi, dice: «Quel che ho lasciato dietro di me non mi abbandona un istante. Sono tormentato dalla consapevolezza che Guantanamo ha reso estremista chi non lo era, ha radicalizzato una parte di islam, ha marchiato per sempre l´immagine del mio Paese. Ma per comprenderlo ho dovuto attraversare quell´inferno, di cui non solo ero ignaro, ma inconsapevole». Anche perché, nell´autunno del 2002, quando lo sorprende la chiamata sull´isola, l´incubo si manifesta con segni appena percettibili, che Yee non può o forse non vuole neppure raccogliere.«Qualche giorno prima del mio arrivo a Camp Delta, raggiungo telefonicamente Dan O´Keefe, che era stato il primo cappellano militare di Guantanamo. Mi sussurra delle parole cui non presto troppa attenzione e che oggi non riesco più a togliermi dalla testa. “Vedi James – mi dice – mi piacerebbe molto dirti quel che succede su quell´isola. Ma proprio non posso. Lo capirai da solo. Posso solo dirti che quella galera è l´ambiente più ostile in cui mi sia mai trovato in vita mia…“».«Ostile». La notte del 4 novembre 2002, quell´aggettivo sinistro torna ad accarezzare la pelle madida di sudore di James. In un clangore di chiavistelli, di ordini gridati tra le torri di guardia e i bracci di detenzione, tra lamenti dei prigionieri che si fanno nenia, Yee varca la soglia di Camp Delta. Lo accompagna Hamza Al-Mubarak, il cappellano che James si prepara ad avvicendare. E anche quel colloquio appare oggi per quel che voleva essere. Un ultimo, quanto rassegnato monito: «Sì, James, ostile. Te l´hanno raccontata con la parola giusta. Non ti voglio scoraggiare, ma ci sono cose che vedrai qui dentro che ti sarà difficile sopportare. Questo è un brutto posto per dei musulmani. E non mi riferisco soltanto ai prigionieri…». Ricorda Yee: «Muovo i miei primi passi all´interno del braccio 1 e mi fermo quasi subito di fronte a una delle prime gabbie, dove un prigioniero accucciato su se stesso fugge il mio sguardo. “As-salaamu alaikum“, saluto. Ma non ne ottengo alcuna risposta. Scopro allora con orrore che quell´uomo sta facendo i suoi bisogni nella turca che, visibile a tutti, in ogni gabbia è al lato del letto. Realizzo la mia e la sua vergogna. L´umiliazione che a quel poveretto ho appena involontariamente inflitto».L´educazione sentimentale di Yee alla ferocia che governa la prigione e al segreto in cui deve essere custodita è un percorso di assuefazione psicologica, etica, che deve rendere prigionieri tutti. Vittime e carnefici. Ne fa fede l´ordine spiccio che il generale Geoffrey Miller, allora comandante e responsabile di Camp Delta (lo stesso ufficiale che nell´autunno 2003 il Pentagono spedirà in Iraq per “guantanamizzare“ Abu Ghraib), affida al giovane cappellano appena arrivato: «Caro James, ricordati. Non perdere mai l´occasione di tenere la bocca chiusa». Perché quel che accade a Guantanamo a Guantanamo deve restare. Perché tutti sospettano di tutti a Camp Delta. I secondini dei prigionieri. I prigionieri dei prigionieri. I secondini di quel cappellano musulmano troppo tenero con «i terroristi». La prigione, del resto, pullula di spie. «Fbi, servizio indagini criminali della Marina, controspionaggio militare, Cia… Li chiamiamo gli “scoiattoli segreti“, perché non sappiamo mai dove siano, chi siano. Cosa stiano ascoltando. Se siano lì per spiare e interrogare i prigionieri o, anche, per rubare brandelli di conversazione tra i prigionieri e chi, come un cappellano militare musulmano, è lì per alleviarne la sofferenza».Yee comprende presto la ragione del segreto. I prigionieri subiscono violenze fisiche e psicologiche che il mondo ignora. «Me ne parla per primo Rhuhel Ahmed, un ragazzo con il passaporto britannico. Mi riferisce il dettaglio delle tecniche di “privazione sensoriale“ cui viene sottoposto e dell´ispezione anale cui ogni prigioniero che arriva sull´isola deve sottostare. Ruhehel mi confida con occhi pieni di orrore: “Cappellano, i soldati mi hanno infilato una mano intera nel retto. È come se fossi stato violentato“. E ancora: “Cappellano, soprattutto nei primi mesi di prigionia, quando le gabbie erano ancora a Camp X-ray, i soldati gettavano il Corano nelle latrine“».Yee prova a convincersi che in quelle confessioni raccolte nei bracci, sia la disperazione a rendere iperbolica la sostanza del racconto. Ma deve ricredersi. I prigionieri non mentono. «Mi capita di osservare presto come lavora l´Unità di reazione rapida, quella incaricata di sedare le intemperanze dei detenuti. Accade che un prigioniero si rifiuti di fare i suoi venti minuti di passeggio fuori dalla gabbia. Protesta per una perquisizione corporale. Quella che, in gergo, i soldati chiamano “il passaggio della carta di credito“. Un secondino infila le proprie dita nell´ano del prigioniero e le strofina su e giù per controllare che non nasconda nulla nelle pieghe del sedere. Un´umiliazione inaccettabile per chiunque, a maggior ragione per un musulmano, la cui religione vieta questo tipo di contatto fisico. Ebbene, arriva l´Unità di reazione rapida e otto uomini in assetto antisommossa affrontano il prigioniero. Lo picchiano e quindi, tra le urla e il sangue, lo trascinano lungo il corridoio, tra grida di vittoria e “high-five“».Le percosse sono una routine. «Non avevo mai visto tanta violenza nei confronti di tanta debolezza. E mi convinco presto, per la frequenza degli episodi, che l´uso brutale della forza non è il rimedio estremo per piegare la ribellione dei prigionieri, ma uno strumento preventivo per spezzarne la resistenza psichica e fisica». Come gli interrogatori, del resto. «Non li chiamano con il loro nome. Li chiamano “prenotazioni“. E prima di ogni “prenotazione“ i prigionieri vengono ammorbiditi, secondo una routine operativa detta “dell´uomo di sabbia“. Per l´intera notte il prigioniero viene tenuto sveglio con ogni mezzo possibile. Con la luce, cambiandolo di cella non appena si assopisce. Poi, all´alba va all´interrogatorio». Dove l´umiliazione conosce ogni sua nuova possibile variante: psichica, sessuale, religiosa.«L´islam non è soltanto una religione. È un modo di vivere. E a Guantanamo comprendo che la religione è diventata la più importante delle armi per spezzare i prigionieri». Nei ricordi di Yee, affonda così un´altra bugia del Pentagono, forse la più inconfessabile. «Normalmente, la preghiera è il momento più importante per i prigionieri. In ogni blocco, la intona il detenuto nella gabbia all´estremo angolo nord-est del campo, il più vicino alla Mecca. Bene, noto presto che i secondini si stringono regolarmente intorno a quella gabbia colpendola con delle pietre, provando a dare sulla voce del prigioniero con musica rock a tutto volume…». Una provocazione che altrimenti si fa profanazione. Con il Libro Sacro. «Scopro che durante le perquisizioni delle gabbie, le copie del Corano vengono regolarmente scaraventate in terra e ne viene smembrata la legatura. In almeno due distinte occasioni – mi dicono – le pagine del Libro sono state profanate con epiteti scritti in inglese, con fotografie blasfeme». La fede come arma brandita per far impazzire. «Vengo a sapere che durante gli interrogatori, spesso vengono alternate cassette con incise letture del Corano a musica rock e si ripetono le umiliazioni sessuali. Soprattutto da parte di una delle donne ufficiale, dei cui metodi tutta la prigione sa e parla. Mentre i secondini immobilizzano il prigioniero di turno, lei simula la masturbazione, strofinando sul poveretto il seno e i genitali. Chi prova ad opporsi viene picchiato». E ancora: «Mamddouh Habib, un detenuto di origini australiane, mi racconta che spesso gli interrogati vengono avvolti in una bandiera israeliana e che più di una volta è accaduto che siano stati costretti a sedere sul pavimento, all´interno di un cerchio satanico illuminato da candele, obbligati a gridare “Non Allah, ma Satana è il mio Dio“».Ora Yee tira un profondo respiro. Come se avesse riaperto gli occhi sul presente. Ma non è così. Lui è ancora lì, sull´isola. Ha soltanto voglia di usare un´altra parola da cui sin qui si è tenuto alla larga. «Sto ripensando a chi ho lasciato nelle gabbie. In questo momento, alcuni di loro stanno subendo quello che io ho provato nei miei 76 giorni di galera. Si chiama “privazione sensoriale“ e per l´Associazione degli psichiatri americani è una forma di tortura. Proprio così, tortura». È la stessa parola che hanno usato gli osservatori delle Nazioni Unite nel loro recente rapporto sulla violazione dei diritti umani a Camp Delta. È la parola che l´America ha un solo modo per cancellare. Dice Yee: «Il Pentagono apra subito Guantanamo a osservatori internazionali e poi lo chiuda. Per sempre».

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