Donne, carceri e voli della Cia l´Italia nel mirino di Amnesty

Per torture e detenzioni illegali sotto accusa anche altri Stati, come

(da La Repubblica, MERCOLEDÌ, 24 MAGGIO 2006, Pagina 27 – Esteri)

Il rapporto dell´organizzazione che si batte per i diritti umani punta il dito contro le violazioni compiute in nome della lotta al terrorismo e all´immigrazione clandestina

Viene sottolineata la misoginia di un paese che non garantisce le pari opportunità

GIAMPAOLO CADALANU
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La guerra al terrorismo e l´accanimento contro l´immigrazione lasciano frutti avvelenati in tutto l´Occidente, e anche l´Italia è intossicata. Amnesty International bacchetta i Paesi esportatori di democrazia, che predicano bene ma razzolano molto male. «Si professano campioni della causa dei diritti umani ma sono pronti a mostrare risvolti repressivi se è in gioco la loro capacità politica», scrive nell´introduzione al Rapporto sui diritti umani 2006 Irene Khan, segretario generale dell´organizzazione.
A imbrattare il volto umano del nostro Paese è soprattutto il sostegno dato senza pubbliche ammissioni alla campagna Usa di deportazione dei sospetti terroristi, le famigerate rendition della Cia. Per il rapporto 2006 di Amnesty le colpe dell´Italia si chiamano soprattutto Abu Omar, ma anche Aviano, se è vero che i voli delle consegne illegali sono passati per le piste di questo e forse d´altri aeroporti. I difensori dei diritti umani, insomma, non credono a chi oggi nasconde la mano, perché il sasso lanciato ha colpito la certezza del diritto e l´equità dei processi.
Il nostro non è solo un Paese ipocrita, che sostiene le nefandezze dell´alleato ma non lo vuole ammettere. Nel documento presentato ieri a Roma si disegna un Paese pigro, incapace di rinnovare le sue strutture carcerarie e costretto a trattenere i detenuti in prigioni sovraffollate e disumane. È un Paese misogino, che fa pochissimo per accogliere le donne nella vita pubblica. È un Paese inospitale per chi nel suo territorio cerca scampo all´orrore: leggi come la Bossi-Fini di fatto rendono quasi inapplicabili solenni impegni internazionali dell´Italia come la Convenzione sui rifugiati, dice Amnesty. Ed è anche un Paese dove, quando sembra il caso, si menano le mani: la Convenzione sulla tortura non è ancora stata ratificata, anche se la magistratura porta avanti i processi per episodi come quello di Bolzaneto, che fanno il paio con i pestaggi delle democrazie in rodaggio, nell´ex Unione sovietica.
Ma la crociata anti-terrorismo e la guerra non dichiarata contro l´immigrazione hanno lasciato segni in tutto l´Occidente. Dagli Stati Uniti di George Bush, di Lynndie England e del muro alla frontiera messicana, alla pacifica Germania, che ha rifiutato l´intervento in Iraq ma ammette nei procedimenti penali confessioni strappate con la tortura e adotta criteri sempre più restrittivi per riconoscere i rifugiati politici. Insomma, nei Paesi ricchi e democratici non si commettono più peccati di nazionalismo (l´etichetta che copre atrocità in mezzo mondo, dall´Africa all´Europa dell´est) ed è raro che si adoperi il manganello e il carcere contro di chi vuole una società migliore. Il punto di riferimento, il valore da difendere non è più l´identità (feticcio che produce violenza in Polonia come in Costa d´Avorio), l´autorità di un uomo (in Egitto o in molti altri Paesi) o quella di un partito (un esempio su tutti: la Cina). Nel cuore degli sbarramenti difensivi, dietro l´ultimo sbarramento di legislazioni d´emergenza e di sacrifici delle tutele civili, sembra di leggere fra le righe del rapporto di Amnesty, c´è l´icona del modello di vita occidentale, da difendere dagli arrembaggi altrui e forse da tutelare contro le complessità del mondo, ma con la cattiva coscienza di chi ai diritti dell´uomo non vuole rinunciare.
Quello dell´Occidente è insomma un atteggiamento contraddittorio, un «bicchiere mezzo pieno», come lo vede il presidente di Amnesty Italia, Paolo Pobbiati. La speranza sembra essere nel maggior coinvolgimento della società civile, che già appare sempre più spesso protagonista della vita politica, e nelle grandi istituzioni internazionali: in parole povere, meno fiducia nei governi, più credito all´iniziativa dei cittadini e agli organi super partes.
Il prossimo obiettivo, dice il direttore Gabriele Eminente, è il traffico d´armi, l´immensa ipocrisia che nasconde genocidi e massacri sotto la coperta del libero business. Nei prossimi giorni Amnesty consegnerà al governo i “40 mila volti“, cioè le foto di chi sostiene la richiesta per un trattato internazionale che tenga sotto controllo il traffico. Una campagna mondiale che sarà una nuova tirata d´orecchie ai Grandi della terra. Perché, ricorda Amnesty, «l´88 per cento dei trasferimenti globali di armi convenzionali è opera dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite».

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