CINA. Laureati ma disoccupati il nuovo incubo di Pechino

(La REPUBBLICA,MARTEDÌ, 06 GIUGNO 2006, Pagina 19 – Esteri) LA CINA CHE CAMBIA Laureati ma disoccupati il nuovo incubo di Pechino Dopo l´università 60% senza lavoro, il regime teme rivolte Un rapporto del governo rivela le dimensioni della disoccupazione intellettuale Diramate direttive agli atenei per rendere più dura la selezione delle matricole Neanche il boom [&hellip

redazione • 6/6/2006 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 359 Viste

(La REPUBBLICA,MARTEDÌ, 06 GIUGNO 2006,
Pagina 19 – Esteri)

LA CINA CHE CAMBIA

Laureati ma disoccupati il nuovo incubo di Pechino

Dopo l´università 60% senza lavoro, il regime teme rivolte

Un rapporto del governo rivela le dimensioni della disoccupazione intellettuale
Diramate direttive agli atenei per rendere più dura la selezione delle matricole
Neanche il boom dell´economia riesce a creare un numero sufficiente di posti qualificati e ben remunerati

Federico Rampini

PECHINO – Domani mattina avranno inizio due giornate cruciali per 9,5 milioni di giovani cinesi. Il 7 e l´8 giugno si sottoporranno a un esame durissimo, il test annuo che la Cina organizza su scala nazionale per l´ammissione all´università. Superare questa prova è l´unico modo per avere accesso all´istruzione superiore. La selezione è spietata: saranno ammessi solo 2,6 milioni di matricole, poco più di un quarto dei candidati in gara. Nella Cina imperiale il severo esame nazionale per diventare mandarini apriva le porte alla pubblica amministrazione e quindi a un futuro agiato. Oggi il ceto medio cinese affida le speranze di benessere per i propri figli alla laurea, biglietto d´ingresso per un lavoro qualificato nell´economia di mercato. Ma questa scommessa sta diventando un´illusione. La Cina scopre una nuova malattia sociale: nonostante il boom economico – il Pil cresce del 10% all´anno – per la prima volta dilaga la disoccupazione intellettuale. L´esercito di neolaureati senza lavoro è una mina vagante per il regime di Pechino, che dal malcontento giovanile può temere l´esplosione di una nuova contestazione come a Tienanmen nel 1989.
A denunciare l´ampiezza della nuova disoccupazione intellettuale è un rapporto pubblicato dallo stesso governo. La Commissione per lo sviluppo economico rivela che sui neolaureati sfornati dalle facoltà cinesi nel 2006 – 4,13 milioni in tutto – il 60% è destinato a non trovare un lavoro quest´anno, e forse neanche il prossimo. Sul mercato infatti ci sono solo 1,6 milioni di posti che corrispondono alle loro attese, alle loro qualifiche, ai loro titoli di studio. La situazione peggiora a vista d´occhio. Già nel 2005 una maggioranza dei neolaureati non ha trovato un posto, molti di quei disoccupati intellettuali sono ancora sul mercato, a far concorrenza ai nuovi arrivati del 2006. Pur avendo un sistema scolastico e universitario molto competitivo e meritocratico, la Cina è la più grande fabbrica di laureati del pianeta. Se si sommano gli ingressi al primo anno – le “matricole“ – con quelli che dopo aver preso la laurea si arruolano al ciclo post-universitario per prendere un master o un dottorato di ricerca, il totale dei nuovi iscritti quest´anno supererà la soglia dei cinque milioni. La popolazione universitaria complessiva raggiunge i 23 milioni di studenti, un livello record nel mondo, anche se per le dimensioni demografiche della Cina (1,3 miliardi di abitanti) resta una minoranza di privilegiati. Ma l´accesso a quel privilegio costa caro, e i benefici della laurea non sono più garantiti.
Le rette universitarie sono care rispetto ai salari medi: una famiglia deve pagare almeno mille euro all´anno per l´iscrizione ai corsi, e la cifra può lievitare fino al decuplo per chi riesce a essere ammesso nelle superfacoltà di élite di Pechino e Shanghai. I genitori e spesso anche i nonni investono i risparmi di una vita nell´istruzione dei giovani. Il controllo delle nascite e la regola del figlio unico hanno reso più “preziosi“ questi ragazzi. Il valore dello studio, già venerato da secoli in Cina secondo l´etica confuciana, è aumentato ancora con l´economia di mercato che scava profonde diseguaglianze sociali tra colletti bianchi e classe operaia. Ma disciplina e applicazione non bastano più. Anche i ragazzi che superano gli esami di qualificazione per l´università, e poi si concentrano fino a ottenere la laurea, non hanno garanzia di successo. Perfino il boom cinese non è sufficiente per creare gli oltre quattro milioni di posti qualificati e ben remunerati che servirebbero per assorbire i neolaureati della leva 2006.
I giornali locali dedicano ampio spazio al nuovo fenomeno della disoccupazione intellettuale ed evocano un incubo per il ceto medio urbano: che milioni di giovani laureati finiscano per essere costretti ad accettare mestieri operai, ricadendo nello status sociale inferiore da cui speravano di sfuggire. Anche quei giovani fortunati che riescono a trovare un impiego devono spesso rassegnarsi a stipendi modesti. La busta paga media di un neolaureato contiene appena 198 dollari al mese, poco più dei 194 dollari di due anni fa, mentre nel frattempo il costo della vita è cresciuto ufficialmente del 6%.
L´allarme per la disoccupazione intellettuale sembra contraddire altri segnali che parlano di un “surriscaldamento“ dell´economia cinese. Nella zona più industrializzata del paese, la ricca provincia meridionale del Guangdong, si segnalano penurie di operai. Le fabbriche si contendono certe figure di lavoratori specializzati, e non riescono a reclutarne abbastanza. Ma questo fenomeno che colpisce città come Canton e Shenzhen ha altre spiegazioni. I salari operai non sono cresciuti al passo con l´inflazione e questo rallenta l´emigrazione dalle campagne perché per i contadini non è più così vantaggioso abbandonare i campi per andare a lavorare nelle costose città del Sud. Inoltre gli immigrati che vengono dalle campagne sono sprovvisti della formazione necessaria per certe mansioni operaie. Vanno bene come manovali nei cantieri edili o come spazzini, non si adattano facilmente al lavoro industriale. Questo rivela un altro dramma dell´istruzione: il sistema scolastico non garantisce più la gratuità neanche nella scuola dell´obbligo, le famiglie dei contadini più poveri non possono permettersi di mandare i figli alle elementari. Questa piaga dovrebbe preoccupare le autorità almeno quanto la sorte dei neolaureati disoccupati. In realtà Pechino teme l´ira dei giovani istruiti molto più delle rivolte contadine. Non a caso il governo in questi giorni di esami ha diramato nuove direttive alle università perché rendano ancora più selettivi gli accessi. Verrà inasprito il “numero chiuso“ per non alimentare aspettative irrealistiche e per non allargare l´esercito della disoccupazione intellettuale.
Il ricordo del movimento democratico che occupò Piazza Tienanmen nella primavera del 1989 è ancora vivo. Allora furono soprattutto studenti e intellettuali l´anima della protesta che rischiò di destabilizzare il regime. Lo zoccolo duro del consenso sociale su cui fa affidamento il presidente Hu Jintao è la middle class urbana. Se sono i figli di questo ceto medio a rimanere disoccupati, il problema si fa serio.

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