DOSSIER. Le carceri nel mondo


(da Volontari per lo sviluppo – Maggio 2006)

Dossier: carceri nel mondo
Mondi in gabbia

Dietro le sbarre il mondo non è tutto uguale. Il Sud è ancora più Sud, il Nord è un po` meno Nord. Aumenta la popolazione carceraria ma la criminalità non accenna a diminuire. E di prigione si muore. Solo in Italia, dal 1998 al 2005, 1.191 i decessi noti. Intanto, c`è chi vede nell`istituzione penitenziaria un ottimo business.
Il nostro viaggio tra le carceri d`Italia, Messico, Burundi, Romania e Kosovo

A cura di Gianluca Iazzolino

Mentre leggete queste righe, quasi 10 milioni di persone nel mondo vedono l`orizzonte tagliato da sbarre metalliche. Il numero è approssimativo e si riferisce, ovviamente, solo ai dati ufficiali, raccolti dal Centre for prison studies del King`s College di Londra. È probabile che un certo numero di individui si trovi in centri di detenzione clandestini, anticamere della morte dove non vale neanche la pena di registrare un nome all`ingresso. Ma, per quanto si sa, oltre metà di questi 10 milioni al momento è rinchiusa negli Usa, quindi in Cina, in Russia ecc., fino al più sperduto atollo del Pacifico. Ovunque, il sentire comune attribuisce all`istituzione un`amara necessità: triste a dirsi, ma il carcere sembra antico come il male stesso. Cambia la forma: una prigione negli Usa non è come una in Kenya, globalizzazione o meno. L`istituzione carceraria agisce come uno specchio deformante, in cui si riflettono, esasperate, le disfunzioni e i drammi di una società. Il Sud diventa sempre più Sud e il Nord un po` meno Nord. Ma che significato ha, oggi, il carcere? Per alcuni è un centro di rieducazione, per altri un luogo in cui rinchiudere le “mele marce“, per altri ancora un vero business. Dall`Europa all`Africa all`America Latina, abbiamo dato un`occhiata a quel che succede dietro le sbarre.
Italia: I partiti fanno “melina“
È stato lo spettacolo mediatico del Natale 2005: bipartisan e animato da buoni sentimenti, coronato da scioperi della fame e marce solidali e, a feste concluse, messo via come l`abete. L`iniziativa Amnistia Natale 2005, promossa da Marco Pannella per indurre il parlamento ad approvare un provvedimento di amnistia-indulto, è stata affondata dal disinteresse dei politici, più che da un`aperta ostilità. «Molto rumore per nulla», la definisce Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si batte per i diritti dei detenuti. «Entrambi gli schieramenti preferiscono rifugiarsi nell`attendismo su un tema così scottante». Il 27 dicembre, alle votazioni di Montecitorio per dare un primo via libera alla legge su amnistia e indulto, si sono presentati una novantina di parlamentari (per una proposta firmata da 204 onorevoli). Assenti sia il ministro della Giustizia Roberto Castelli, sia parecchi parlamentari firmatari del disegno di legge, rinviato alla Commissione giustizia per essere di nuovo valutato. Si è trattato, per Gonnella, di un tipico esempio di “melina“. «L`eccesso di cautela è dovuto alla necessità di accumulare consensi. È stata la fotocopia di quanto già accaduto tra il 2000, in occasione dell`anno giubilare, e il 2003, quando il Papa fu molto applaudito alla Camera per il suo intervento in cui chiedeva al legislatore un atto di clemenza».
Ipercarcerazione
Clemenza dettata da esigenze concrete più che da principi astratti: ammonta infatti a 60.000 unità la popolazione carceraria italiana (un record nella storia della Repubblica) per 43.000 posti disponibili (il rapporto capienza/numero di detenuti colloca l`Italia al terzultimo posto in Europa prima di Grecia e Ungheria); di questi, 21.000 sono in attesa di giudizio. Nelle prigioni italiane si trovano inoltre 2.900 donne, 60 con i loro bambini. «È un`ipercarcerazione senza precedenti, che intasa il sistema giudiziario e rende gli istituti di pena dei gironi infernali», dice Gonnella. «E, soprattutto, non corrisponde a una diminuzione dei reati». Lo provano i dati sulle prescrizioni, 221.880 solo nel 2004. Cosa significa? «Si tratta di una giustizia sempre più classista – dice Sergio Segio, tra i fondatori di Prima Linea, che ha scontato 22 anni di carcere e ora è un attivista per i diritti dei detenuti – Le prigioni continuano ad affollarsi di immigrati, tossicodipendenti, gente ai margini della società che non può permettersi una tutela legale adeguata ed è stata penalizzata dalle leggi ad hoc degli ultimi anni». Il colpo di grazia sulla sostenibilità carceraria, sostiene la maggior parte delle associazioni, sarà assicurato dalla legge ex-Cirielli, i cui primi risultati si attendono tra breve. «Con l`aumento della pena per i recidivi (da un quarto a un terzo) e il venir meno della discrezionalità del giudice – spiega Gonnella – prevediamo un ritorno in massa dei soliti noti. Le carceri italiane saranno al collasso». Già oggi, secondo la ricerca condotta da Antigone in 120 istituti di pena in Italia, il quadro è sconcertante: il 57% dei detenuti è stato colpito da tubercolosi, il 66% dalla scabbia. Le condizioni igieniche sono raccapriccianti e il sistema sanitario, penalizzato dai tagli, è allo sfascio. Anche il numero dei suicidi è aumentato (vedi box). «L`amnistia e l`indulto sono provvedimenti che tamponano il problema – precisa Segio – Ci vuole una vera riforma del sistema carcerario». Si badi: amnistia e indulto non sono colpi di spugna sulle colpe passate. Si tratta, nel primo caso, di un`estinzione del reato e di una sospensione della condanna (tranne in caso di recidività) mentre, nel secondo, è applicato uno sconto sulla pena.
Dura anche per chi ci lavora
L`aumento della carcerazione non ha prodotto finora una riduzione dei reati, ma un aumento della recidività. «All`uscita dal carcere, un detenuto su quattro non ha una casa a cui tornare – continua Segio – Facile, quindi, ricadere nell`illegalità. Ma la nostra proposta riguarda un Piano Marshall per le carceri: cioè un programma di recupero del detenuto, che inizi già dietro le sbarre». Un piano appoggiato anche da alcuni sindacati di guardie penitenziarie. «Il carcere è un brutto posto non solo per vivere ma anche per lavorare – dice Fabrizio Rossetti, della Cgil Polizia penitenziaria – Il sovraffollamento crea una condizione lavorativa insostenibile, che può facilmente sfociare in violenza». Dei 60.000 detenuti italiani si occupano infatti 42.400 poliziotti, di cui un terzo è adibito a mansioni non istituzionali. E il Regolamento di esecuzione penitenziaria Corleone (dal nome dell`ex sottosegretario alla Giustizia) del 2000, che prevedeva docce, spazi e passaggi, non è mai stato applicato. «Occorrerebbe liberarsi dal bisogno del carcere – conclude Rossetti – Perché com`è adesso, non può recuperare nessuno».

Di carcere si muore
Ogni 5 giorni, una persona si uccide in una prigione italiana. Il 20% dei suicidi avviene tra il primo e il settimo giorno, il 50% entro i primi sei mesi. Molti non reggono lo stress dei trasferimenti e si ammazzano appena giunti nel “gabbio“ nuovo. A tenere la conta delle salme è Ristretti orizzonti, una rivista creata nel carcere di Padova che ogni anno stila un rapporto sulle morti anomale. Molti sono vittime di malasanità, tanti altri di disperazione: tra il 1998 e il 2005 sono 1.191, di cui 448 suicidi, le “vittime del carcere“. Il dato si riferisce solo ai casi riferiti dagli organi d`informazione. Oltre ai freddi numeri ci sono i drammi personali, come per le prime tre vittime del 2006: Paolo Landolfi, 23 anni, impiccatosi al rientro in cella dopo la revoca degli arresti domiciliari presso una comunità di recupero per tossicodipendenti; Antonio Molè, 78 anni, cardiopatico con due tumori, morto nell`ospedale del carcere di Secondigliano; L.C., 63 anni, affetto da depressione, suicidatosi a due giorni dalla scarcerazione.

Corrotti fuori: il caso Dike Aedifica
Non è vero che il Ministero di Grazia e giustizia non ha la soluzione per il sovraffollamento delle carceri. «Basta costruirne di più», è andato ripetendo il ministro della Giustizia Roberto Castelli, anche nell`ultima campagna natalizia per l`amnistia, e ha annunciato la creazione di 4 nuovi istituti in Sardegna. Non è la prima iniziativa del genere nel suo dicastero: peccato che l`esperienza pilota, iniziata nel 2003, sia tuttora arenata nelle aule di tribunale. La vicenda della Dike Aedifica, società di edilizia e manutenzione penitenziaria di proprietà al 95% della Patrimonio Spa, controllata dal Ministero del Tesoro, sembra una riedizione di tangentopoli: lo scorso maggio la procura di Roma ha aperto un`inchiesta per corruzione a carico di alcuni collaboratori del guardasigilli, tra cui Giuseppe Magni, già sindaco della Lega, in merito agli appalti gestiti dalla Dike Aedifica. La guardia di finanza ha infatti sequestrato studi di fattibilità per nuovi penitenziari e opere di riqualificazione per carceri già esistenti che presentano tracce di illeciti nei movimenti di denaro tra consulenti della Dike (tra cui Magni) e imprese edilizie. L`inchiesta della finanza è partita da alcuni filmati in cui Magni illustrava alle aziende private i vantaggi della riqualificazione carceraria. Le indagini proseguono, mentre la Dike Aedifica ha per ora interrotto l`attività. Castelli continua però a rilanciare la sua voglia di mattone. La materia prima, cioè i detenuti, per il momento non manca. E, con la ex Cirielli in arrivo, cresceranno, secondo Castelli, i motivi per costruire ancora.

Messico: a scuola di violenza

I narcotrafficanti comandano nei penitenziari e tengono i guardiani sul libro paga. Intanto la popolazione carceraria è raddoppiata in dieci anni

di Gianni Proiettis
da San Cristobal de las Casas

Se in molti paesi dell`America Latina si presenta ancora come una bomba a orologeria, in Messico il problema delle carceri è esploso con violenza dirompente; intrecciato com`è alla corruzione dei corpi di polizia e dei magistrati, e allo strapotere dei narcotrafficanti.
L`emergenza carceri è iniziata a capodanno 2005. Nel parlatorio del Centro Social de Readaptación La Palma, un carcere di massima sicurezza presso Città del Messico, il detenuto Arturo Guzmán Loera detto El pollo, fratello del famoso narcotrafficante Chapo Guzmán, è a colloquio con il suo avvocato. Un altro detenuto gli si avvicina e, senza che nessuno intervenga, gli scarica sette colpi di calibro 9 nel petto. La notizia avvelena il capodanno di più di un funzionario: qualcuno dovrà spiegare com`è possibile che in una delle tre prigioni più sicure del paese entrino armi. E a solo una settimana da un`accurata perquisizione di tutte le celle.
Chi ha più potere sulle carceri, i narcos o lo Stato? Il governo Fox, che naviga nelle cattive acque del discredito e dell`inefficienza, decide di giocare la carta della mano dura. E perde. Le misure restrittive, i trasferimenti e le perquisizioni con cui il governo del Pan, dell`estrema destra cattolica, si illude di rimettere ordine nei penitenziari scatenano una reazione di inaudita violenza, specie nel nord del paese, dove i gruppi criminali sono più forti e i capos diventano eroi delle ballate popolari. Comincia così una stagione, ancora aperta, di esecuzioni alla luce del sole, che fanno più di mille morti, tra funzionari pubblici e narcos. Il governo sostiene che si tratta di regolamenti di conti fra cárteles rivali, di lotte per il territorio, ma l`operazione México Seguro in materia di ordine pubblico non dà i risultati sperati, anzi provoca un aumento delle narcoejecuciones.
L`emergenza carceri, oltre a svelare l`enorme potere di corruzione del narcotraffico – un“`industria“ che lava più di 60 miliardi di dollari l`anno nelle banche Usa – ha reso pubblici altri aspetti. Negli ultimi dieci anni la popolazione carceraria, di 93.500 detenuti nel 1995, è più che raddoppiata: oggi le 451 prigioni del Messico (paese di 104 milioni di abitanti) ospitano oltre 200 mila reclusi. E la casusa non è solo l`aumento della criminalità, ma anche l`inasprimento delle pene per alcuni reati e la scarsa concessione di scarcerazioni preventive. Il sistema penitenziario, che secondo la Costituzione dovrebbe garantire “il reinserimento dell`individuo“, è invece una scuola di corruzione e violenza. Nella maggioranza dei casi, secondo le stesse autorità, i detenuti sono poveri, non hanno abbastanza soldi per pagarsi un avvocato o per corrompere poliziotti e giudici. I tre quarti dei rei confessi di furto hanno rubato meno di 500 euro. Secondo un`inchiesta, su circa 1.600 detenuti il 23% ha confessato sotto tortura e il 12% in seguito a minacce.
Nei sovrappopolati centri di detenzione, il 95,5% dei detenuti sono maschi, il 43% è in attesa di giudizio. Non riconosciuti ufficialmente, stimati in oltre 500 da varie ong, ci sono poi i detenuti politici. Amnesty International ha denunciato vari casi di ecologisti indigeni processati con false accuse, fino all`omicidio. E poi ci sono i superdetenuti, capi dei cárteles della droga, che dirigono i loro imperi dal carcere. Con i loro cellulari, che solo di recente si è deciso di “oscurare“, e schiere di avvocati e scagnozzi esterni, continuano a fare affari. Se non decidono di evadere. Il chapo Guzmán, la cui organizzazione opera in più della metà del paese, lo fece, nel gennaio 2001, dal penitenziario di massima sicurezza di Puente Grande, Stato di Jalisco. Scappò nascosto in un camion di rifiuti e allora si scoprì che in carcere aveva un appartamento di lusso e teneva sul suo libro paga ben 73 guardiani, incluso il direttore.

Burundi: prigioni da incubo

Nei penitenziari burundesi, in condizioni igieniche tremende, si trovano oltre 7 mila detenuti per 3.500 posti. «Trappole in cui i comportamenti criminali si moltiplicano» sostiene il presidente dell`Osservatorio sulle carceri

di Gabriel Nikundana
da Bujumbura

Edifici che diventano paludi nella stagione delle piogge. La dissenteria è all`ordine del giorno e la tubercolosi resta la principale causa di morte.
Il termine “incubo“ non basta a ritrarre le carceri burundesi: strutture fatiscenti che risalgono al periodo coloniale e di cui i governi non si sono mai interessati. Secondo l`Associazione per la promozione dei diritti umani e dei prigionieri (Aprodh), nelle 11 prigioni del Burundi si trovano 7.183 detenuti per una capacità totale di 3.550 posti. Alcune celle sono veri e propri mattatoi.
«I prigionieri devono dormire a rotazione: è una vergogna per uno Stato che si dice di diritto», afferma Inès Kidasharira, membro dell`associazione e ricercatrice all`Università Lumière di Bujumbura. Gli uomini sono 6.173, le donne 170, i minori circa 200. Secondo il presidente dell`Osservatorio delle prigioni burundesi, Audace Gahuga, «la situazione delle prigioni in Burundi è deplorevole per le condizioni di vita precarie dovute all`esubero di detenuti». E le celle diventano «vere e proprie trappole in cui le condotte criminali si moltiplicano». Tra le cause del sovraffollamento c`è l`inefficienza del sistema giudiziario: i magistrati latitano, e i salari, meno di 45 dollari al mese, non invogliano a intraprendere questa carriera. A farne le spese sono i prigionieri ancora in attesa di giudizio.
La volontà di cambiare le cose è stata timidamente manifestata dal nuovo ministro della Giustizia, Clotilde Niragira, che lo scorso settembre ha visitato la prigione di Bujumbura, la più grande e affollata del paese. Ha annunciato che si batterà per aumentare i salari dei giudici e per il problema del congestionamento penitenziario. Ma al di là dei proclami, dicono le associazioni per i diritti civili, conta la tempestività.
La situazione infatti è drammatica: la fame e l`igiene sono i principali flagelli. La razione giornaliera di un detenuto è 200 grammi di fagioli e 200 di focaccia di manioca. Le feci sono espulse in sacchetti dalle finestre, direttamente in strada. «I prigionieri fastidiosi, come quelli politici, hanno il diritto di lasciare la cella cinque minuti al giorno», dice Jean Biziziama, medico dell`Istituto nazionale di salute pubblica. «Non possono ricevere visite e possono sparire in qualunque momento».
Dal 2000 le condizioni dei detenuti sono in lento miglioramento. Le razioni di cibo sono un po` aumentate, e i condannati a morte, prima costretti in celle buie fino all`esecuzione, possono uscire per breve tempo all`aria aperta. «Ciò è stato reso possibile dal lavoro delle ong nazionali e internazionali», dice Pierre Claver Mponimpa, presidente dell`Aprodh. Ma restano frequenti le denunce di maltrattamenti da parte di detenuti che, se sopravvivono, riportano lesioni permanenti, paralisi o menomazioni.

Romania: il prezzo dell`Europa

Si dorme in due per branda, con meno di 2 metri quadrati a testa. Cibo scarso e violenze continue. La riforma del sistema penitenziario rumeno, necessaria per entrare in Europa, è solo all`inizio

di Mihaela Iordache
da Bucarest

Il regime penitenziario della Romania è spesso paragonato alla Bastiglia. Il raffronto non è lusinghiero per un paese che, dal 1° gennaio 2007, dovrebbe entrare nell`Unione europea. Dopo ripetuti segnali da parte delle organizzazioni della società civile e della stampa, anche la Commissione parlamentare per i diritti umani della Camera dei deputati ha stilato, lo scorso settembre, un rapporto sulla condizione delle carceri. Stando alle conclusioni, la sbandierata riforma del sistema penitenziario rumeno non si è mossa di un passo. In Romania ci sono 45 carceri per 41.000 reclusi. Solo un terzo sono state modernizzate e soddisfano gli standard minimi. A volte si trovano anche 15 detenuti in una cella, costretti a dormire in due per branda.
«Spesso i detenuti hanno a disposizione solo 2 metri quadrati, molto meno dei 4,5 metri minimi raccomandati dal Comitato internazionale contro la tortura», dice Manuela Stefanescu, coordinatrice dei programmi dell`Associazione per la tutela dei diritti dell`uomo. Il degrado delle prigioni ha scosso anche i deputati che, nel loro rapporto, raccomandano ad esempio la demolizione del penitenziario di Jilava (vicino Bucarest), perché si legge: “al suo interno è a rischio la vita dei reclusi stessi“. Ai detenuti è concessa una sola doccia calda la settimana e non c`è acqua potabile. Il cibo è scarso e scoppiano spesso risse. Gli “ospiti“ ricevono pacchi o soldi da parte dei familiari con cui acquistare prodotti negli spacci all`interno delle carceri. Alla base di questa lotta per la sopravvivenza c`è la carenza di fondi pubblici, per il vitto dei detenuti, il personale medico (all`80-85% di quello previsto) e gli stipendi dei secondini, che adesso si sono organizzati in un sindacato. E non mancano episodi di violenza, come nel carcere di Jashi, noto come “il penitenziario della morte“ a causa delle atrocità e omicidi che vi si commettono. Pochi mesi fa un giornale locale scriveva: “i detenuti sono ammazzati, seviziati o mutilati per il piacere delle guardie carcerarie che guardano impassibili, senza intervenire“. Secondo l`avvocato Gianina Perosnicu, un suo cliente detenuto a Jashi le avrebbe confidato che di notte “guardiani mascherati fanno irruzione nelle celle, colpendo con bestialità i detenuti“. Ma l`episodio più drammatico è accaduto, l`anno scorso, nel carcere minorile di Craiova (nel sud del paese). In un incendio hanno perso la vita tre giovani detenuti e altri due sono rimasti gravemente feriti. Erano stati i prigionieri stessi ad appiccare il fuoco in seguito all`errata attribuzione di una scatola di scarpe da parte dei secondini.
In Romania, ancora oggi circa 800 bambini sono reclusi in prigioni e centri di educazione.
Dietro pressioni dell`Ue, il governo di Bucarest ha presentato un disegno di legge per migliorare il regime penitenziario. Il progetto vieta la detenzione dei minori per più di 5 giorni in carceri non minorili e l`uso di catene. I detenuti potranno indossare abiti civili e sarà garantita la privacy nella corrispondenza. Manca ancora una strategia chiara per la riabilitazione dopo il rilascio dal carcere, ma per la classe politica rumena è chiaro che il miglioramento del regime penitenziario, finora più orientato alla coercizione che alla rieducazione, è il prezzo chiesto da Bruxelles per entrare in Europa.

Kosovo: diritti sospesi

Alle associazioni per i diritti umani è vietato accedere alle carceri. Dove vivono ammassate persone senza distinzioni di crimine o di età. E la riabilitazione è una chimera

di Alma Lama
da Pristina

Kmldnj è un organizzazione molto apprezzata in Kosovo per il suo lavoro a tutela dei diritti umani. Ma un mese fa ha ricevuto la notizia che non potrà più accedere alle carceri. È stata l`Unmik, l`amministrazione internazionale che governa il paese, a deciderlo.
«Noi siamo da sempre critici sul trattamento dei detenuti», dice Ibrahim Makolli, attivista di Kmldnj. «Per questo l`Unmik ha bloccato il nostro lavoro. Ci sono abusi ai danni dei detenuti e li si vuole sempre più isolati dalle associazioni che difendono i diritti umani». In barba agli accordi internazionali. L`unica istituzione che può accedere alle carceri kosovare è Ombudsperson. Secondo Hilmi Jashari, il numero due di Ombudsperson, «si sono visti risultati positivi dalle nostre visite. Sono migliorate le condizioni e lo staff di gestione è più preparato. Ma il sovraffollamento resta la piaga peggiore». Inoltre, l`accesso è a discrezione del direttore del penitenziario. E la filosofia è che i panni sporchi si lavano in famiglia. Nel 2003, cinque persone hanno perso la vita durante uno sciopero nella prigione di Dubrava. «Sono bruciati vivi e le autorità non hanno mosso un dito per accertare le responsabilità», dice l`avvocato Tom Gashi, tra i difensori delle famiglie.
In Kosovo ci sono quattro centri di correctional service (prigioni): Dubravë, Lipjan, Prizren e Mitrovicë, per un totale di 758 condannati al convitto e 395 detenuti. Fianco a fianco, nelle stesse camerate, vivono persone condannate per omicidio ma anche per piccoli reati, senza distinzione di crimine o di età. Questa gente, secondo Kmldnj, in carcere capisce che, una volta fuori, non avrà più nulla da perdere. I concetti di riabilitazione e rieducazione non esistono.
Ma il problema più grave è con i minorenni. «Mancano le scuole, manca una strategia rieducativa», dice Makolli. Secondo Neeraj Sing, portavoce di Unmik, ci sono 39 minorenni di cui 17 sono sotto sorveglianza, 6 stanno seguendo un percorso di reinserimento sociale e 15 sono detenuti.

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