GUERRE. Darfur, i silenzi del rapporto Onu

(da La Repubblica, MERCOLEDÌ, 14 GIUGNO 2006, Pagina 15 – Esteri)

Darfur, i silenzi del rapporto Onu

Nessuna indagine sul terreno per il dossier oggi al Palazzo di vetro

Il Consiglio di sicurezza affronta le stragi in Sudan
Il procuratore non è entrato nel paese per cercare prove

GIAMPAOLO CADALANU
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uccisioni di civili, massacri su vasta scala, deportazioni, pulizia etnica, stupri, saccheggi, distruzione di simboli religiosi, attacchi agli operatori umanitari: il terzo rapporto sul Darfur firmato dal procuratore del Tribunale penale internazionale per il Consiglio di Sicurezza dell´Onu offre un panorama desolante. Nella regione sudanese al confine con il Ciad la crisi va avanti, il primo parziale accordo di pace fra governo e ribelli ha destato più speranze in Occidente che fra i rifugiati.
L´idea che Khartoum, grande sponsor dei predoni janjaweed, possa imporre il disarmo ai propri alleati e quindi la pace, appare sempre più un´illusione. Neanche le truppe dell´Unione africana hanno ottenuto gran che, e anzi hanno gettato al vento la fiducia dei profughi. Così sul tavolo resta la proposta che la pace sia non solo raccomandata ma anche conservata e magari imposta dalle Nazioni Unite, con una missione di Caschi blu: ipotesi che il regime di Khartoum non vuole nemmeno prendere in considerazione. Il Darfur tornerà questo pomeriggio sul tavolo del Consiglio di Sicurezza con il dossier del procuratore Luis Moreno Ocampo, ma nessuno si illude che sia un grande passo avanti.
Nelle pagine del rapporto, che Repubblica ha potuto vedere in anticipo, c´è poco, troppo poco. Le informazioni sui crimini di guerra sono generiche, molto meno dettagliate di quelle segnalate un anno e mezzo fa dalla commissione d´inchiesta guidata da Antonio Cassese. E soprattutto, non è stata avviata la necessaria raccolta di prove dei crimini. Il problema è che il procuratore non è andato ad indagare sul posto, e anzi si è accontentato di testimonianze “esterne“, senza nemmeno chiedere la collaborazione di Khartoum. In altre parole, la sostanza del rapporto è: lasciateci lavorare, ci stiamo dando da fare, in agosto riusciremo a parlare con funzionari sudanesi.
È poco. Il Consiglio di Sicurezza non potrà che rinviare ogni decisione: per il momento lo status quo non si tocca. Una delusione per gli Stati Uniti: per una parte dell´opinione pubblica, che pretende un intervento in Darfur, richiesto dalla destra evangelica vicina a Bush ma anche dalla comunità ebraica. E per le grandi aziende del petrolio, che hanno trascurato il Sudan quand´era un “Paese canaglia“ ma si mangiano le mani ora che Khartoum ha cacciato Osama Bin Laden ed è diventata “quasi amica“ degli Usa. La loro ansia è acuita da due fatti: primo, la scoperta recente di enormi riserve di greggio anche nel Darfur. Secondo: la presenza della Cina, che non ha mai boicottato il regime sudanese e adesso gode di un rapporto privilegiato, cioè in sostanza ha messo le mani sui giacimenti.
Più soddisfatta, oltre che Pechino, dovrebbe essere anche Mosca, che ha meno interessi nel petrolio rispetto ai cinesi, ma che invece tiene molto al Sudan, affezionato cliente nel redditizio mercato delle armi e degli aerei. E forse, a voler pensar male, un rapporto inconcludente soddisfa anche una piccola ma potente parte dell´amministrazione Usa. Washington ha accettato obtorto collo di dar via libera alla Corte penale dell´Onu in Sudan perché teme che questo possa significare un riconoscimento di fatto del tribunale e non vuole accettarne la giurisdizione. Che miglior soddisfazione di veder annaspare nell´inutilità un organo di cui non si fida? Nel frattempo janjaweed e ribelli continuano a darsi battaglia, e i rifugiati continuano a morire di fame o di proiettili sotto le tende di plastica dei campi di raccolta.

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L´INTERVISTA

L´alto commissario Onu per i diritti umani: “È necessario un intervento più massiccio“

Arbour: “Stupri, violenze, assalti i rifugiati ormai sono disperati“

La gente in fuga un mare inarrestabile I campi scoppiano

NICOLA LOMBARDOZZI
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Terribile. Louise Arbour è appena tornata dal Darfur e ha una sola parola per definire quello che ha visto. «Terribile. E´ una situazione disperata. E il mondo sembra non accorgersene. Laggiù se ne rendono conto. Si sentono soli, senza via di scampo». Eppure la signora Arbour, giudice canadese, 59 anni, alto commissario dell´Onu per i diritti umani, non è certo alle prime esperienze in fatto di orrori. Procuratore della Corte dell´Aja negli anni della guerra nell´ex Jugoslavia, ha visitato le fosse comuni della Bosnia, interrogato decine di esecutori della “pulizia etnica“.
E´ dunque in atto qualcosa di più grave?
«Ma non è nemmeno paragonabile. In questa guerra sono coinvolte quattro milioni di persone. Almeno duecentomila i morti, più di due milioni di deportati vivono tra privazioni indicibili solo grazie ai pochi aiuti internazionali».
Ma almeno sono al sicuro dalle violenze dell´esercito
«Questa è un´altra favola. Ho visto quei campi. Ho parlato con quella gente. Gli attacchi ai villaggi sono sempre più numerosi e violenti. La gente in fuga è un mare inarrestabile e i campi scoppiano».
I soldati dell´Unione africana però li proteggono.
«Macché. Sono troppo pochi. Fanno una sorta di pattugliamento saltuario. I campi sono vulnerabili. Poi da quei campi bisogna pur uscire. Gli aiuti non sono sufficienti. Le donne devono andare fuori periodicamente per raccogliere la legna, per fare qualche piccolo commercio. Ed è una sequenza infinita di pestaggi, rapine, stupri».
Perché le donne?
«Perché gli uomini dicono che loro sarebbero uccisi. Così mandano avanti le loro donne. Se le rapinano, o se le violentano, viene considerato il male minore».
I rifugiati non sembrano credere molto all´accordo di pace. Come mai?
«Ormai hanno paura di tutti. Dei ribelli ma anche dei janjawid, che il governo ha assoldato per combattere i ribelli e che ora sono senza controllo: uccidono, stuprano, incendiano».
Bush insiste per una forza internazionale.
«Certo i 7000 uomini dell´Unione Africana sono pochi e inadeguati. Ci vuole una forza enormemente più grande. E sarebbe meglio che fosse formata da soldati africani».
Perché la tragedia del Darfur non coinvolge l´opinione pubblica internazionale?
«Perché in genere tutta l´Africa interessa poco, soprattutto ai nostri governi. Vogliamo parlare di come ci siamo dimenticati di quell´altro grande orrore che è la Somalia?».

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