ISTAT: Crolla la produzione industriale: -8,3%

(La Repubblica, MARTEDÌ, 13 GIUGNO 2006

Pagina 34 – Economia)

Giù tessile e legno, su auto e chimica. Il Paese diviso in cinque zone più o meno specializzate: nei sistemi urbani il massimo di produttività

Crolla la produzione industriale: -8,3%

Rapporto Istat: sono Milano e Roma le locomotive d´Italia, vince il terziario

Quasi tutto il Mezzogiorno privo di specializzazione: valore aggiunto procapite di 41 mila euro contro i 56 mila delle città. Calzature in crisi

LUISA GRION
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ROMA – Il dato crudo è esplicito: guardando allo scorso mese di aprile la produzione industriale – rispetto all´anno prima – è scesa dell´8,3 per cento. Ci sono delle «attenuanti», è vero: i giorni lavorativi sono stati 18 contro i 20 del 2005. Tenendo conto dello scarto, il trauma si ridimensiona a meno 2,6 per cento. Ma se si considera che dovremmo essere in ripresa e che il primo trimestre era stato positivo il quadro è allarmante. Oltre che inatteso.
Salta all´occhio il tonfo realizzato in alcuni settori: carta , stampa ed editoria sono crollati del 13,4 per cento, il legno del 10,4, le raffinerie di petrolio del 9,9, il made in Italy per eccellenza – tessile e abbigliamento – dell´8,4. E il fatto che chimica, apparecchi elettrici e mezzi di trasporto (il settore auto è aumentato del 10,7 per cento) siano andati bene non è bastato a risollevare la situazione.
Ora, precisa Luca Cordero di Montezemolo, leader della Cinfindustria, per capire quale sia la vera tendenza «bisognerà aspettare i dati di maggio e vedere se si confermerà il cammino di netta ripresa dei mesi precedenti». Lo stesso ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani parla di «delicata fase di passaggio». «La ripresa – ha detto – è ancora selettiva e taglia fuori una parte rilevante delle imprese, in particolare nel settore dei beni di consumo». Molto ottimista è, in questo senso, l´Isae, che prevede un buon recupero della produzione a maggio e – dopo una stasi a giugno – un rafforzamento in luglio.
Ma l´analisi su quello che verrà non tranquillizza invece il sindacato: se la Cgil chiede al governo di delineare urgentemente una «strategia industriale per uscire dal declino», la Cisl sollecita interventi per «un sistema produttivo in stasi conclamata», e la Uil avverte che si opporrà «a misure che frenino la ripresa economica».
Certo è che quanto a struttura economica, una larga fetta del paese non promette bene. L´Italia, infatti, secondo l´analisi contenuta nell´ultimo rapporto Istat, si divide in cinque aree produttive di alterne fortune. C´è la vasta regione dei sistemi non specializzati che corrisponde più o meno al Sud ed è caratterizzata da impianti di piccole dimensioni: scarsa l´innovazione, scarso valore aggiunto. C´è il cuore del made in Italy, fatto soprattutto di manifattura leggera (calzature e tessile) ed estraneo, per ora, alla ripresa. Tendenza nella quale dovrebbero essere coinvolti invece settori come i trasporti, la metallurgia e la chimica che vanno a formare l´area della manifattura pesante caratterizzata, comunque, da una contenuta crescita occupazionale: poco più del 4 per cento negli ultimi dieci anni.
Poco meglio, sotto questo aspetto, è andata nell´area del «turismo e dei porti» che occupa la zona costiera e affida il suo sviluppo a servizi e commercio. E poi c´è l´Italia «dominante», quella che ruota essenzialmente attorno alle due metropoli nazionali: Roma e Milano, poli tecnologici, considerati le vere locomotive del paese con una crescita occupazionale che nei dieci anni ha sfiorato il 10 per cento.
Fra le due punte estreme: l´Italia metropolitana e specializzata che va e quella del Sud che non va e che ha bisogno di interventi strutturali e profondi, c´è quindi una vasta fascia che gioca il suo futuro sull´aggancio alla ripresa e che soffre, appunto, «la fase di passaggio». Confcommercio consiglia di non lasciarla sola: «i dati sulla produzione confermano perplessità sulla solidità della crescita; lo sviluppo non può essere affidato alle dinamiche spontanee del mercato».

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