LIBERISMO. Argentina, il grande saccheggio

Nel dicembre del 2001 a Buenos Aires la gente manifestò alla fame

(da “La Repubblica”, 25 giugno 2006)

Argentina, il grande saccheggio

Nel dicembre del 2001 a Buenos Aires la gente scese in strada per dare l´assalto ai supermercati, ridotta alla fame dal tracollo economico del paese dopo anni di neoliberismo. Ora il regista Fernando Solanas racconta quei giorni in un film. E una scrittrice li ricorda

MARÌA SEOANE

BUENOS AIRES
L´esplosione era nell´aria. La mattina del 19 dicembre 2001, la tivù informava dei saccheggi ai supermercati, nell´alba violenta della Gran Buenos Aires, l´area metropolitana della capitale, la zona più popolata e più povera dell´Argentina. La tensione sociale stava montando lentamente, come la lava di un vulcano in eruzione, dal 3 dicembre, quando Domingo Cavallo, ministro dell´Economia dell´agonizzante governo del liberista Fernando de la Rúa, aveva disposto il corralito, un eufemismo per indicare la confisca generalizzata dei risparmi in dollari degli argentini.
Il salvataggio delle banche e del denaro dei creditori esteri era stata la missione principale portata avanti da Cavallo. Allora imperava la convertibilità, vale a dire la finzione che il valore del dollaro fosse uguale a quello del peso, la moneta argentina. Una finzione che era servita a garantire l´acquisto di dollari a buon mercato a tutti quelli che volevano far fuggire valuta verso i paradisi fiscali delle Isole Cayman. Una realtà per l´industria argentina, che era andata in pezzi non potendo competere con l´ingresso su larga scala di prodotti importati. La disoccupazione, in quel mese di dicembre, era del 20 per cento. Il debito estero era il più grande tra i paesi del capitalismo occidentale, con una cifra che si avvicinava ai 150 miliardi di dollari. Più di quattro milioni di argentini, su un totale di 36 milioni, vivevano nell´indigenza, cioè con meno di 2 dollari al giorno. Il divario tra ricchi e poveri era un abisso, un record nella storia moderna: per ogni ricco, c´erano quasi 50 poveri.
Quella mattina del 19 dicembre 2001 non era come le altre, né per me né per nessun altro. Mentre uscivo di casa, diretta a un appuntamento nell´elegante quartiere di Puerto Madero, lungo il fiume, un vicino mi spiegò: «Lei che è giornalista, faccia qualcosa… Noi stiamo organizzando un cacerolazo (le manifestazioni in cui la gente sfila battendo con forza sulle pentole, le cacerolas, ndt)». Arrivai al mio appuntamento con il capo dell´ufficio stampa dell´ambasciata statunitense a Buenos Aires, Diane Graham, esponente del Partito democratico che lavorava sotto la direzione dell´ambasciatore, James Walsh, buon amico dell´Argentina. L´unica cosa che mi importava, a quel punto della crisi, era chiedere aiuto per evitare una tragedia.
I funzionari dell´ambasciata americana si incontravano regolarmente con i giornalisti per trasmettere al dipartimento di Stato il clima in quella parte del mondo. Io dissi disperata a Diane: «Fate qualcosa. Mandi a dire urgentemente al suo governo che la gente prenderà d´assalto le banche, che il governo cadrà e se ordinerà la repressione sarà un bagno di sangue». Ore dopo, quando la gente cominciò a prendere d´assalto le banche per recuperare i suoi risparmi, Diane mi chiamò al quotidiano Clarín, dove lavoro. Mi disse: «Le sue parole sono state profetiche». La sua telefonata non mi fece piacere: avrei voluto sbagliarmi.
L´angoscia, la sensazione che l´Argentina stesse scivolando verso il baratro cresceva di ora in ora. Arrivai a casa per cenare. Tutti gli argentini ascoltarono il messaggio presidenziale. Intorno alle 23, De la Rúa, chiamato da molti «l´idiota», parlò in televisione. Speravo che annunciasse misure popolari, assistenza ai più bisognosi. Invece no. Dichiarò lo stato d´assedio. De la Rúa rimase identico a se stesso: un idiota che in piena crisi diventava criminale. Mi sembra che passò un minuto soltanto, prima di sentire un rumore che cresceva, violento, sempre più assordante. Uscii con i miei familiari sul balcone e vidi, sul grande viale vicino al Congresso nazionale, dove vivo ancora adesso, una marea umana di donne, bambini, anziani, giovani, che scendevano animatamente in strada con pentole, bastoni e tutto quello che poteva far rumore.
A Buenos Aires non era mai successo niente del genere. A partire da quel momento, migliaia e migliaia di persone non avrebbero dormito, per giorni e notti intere. La classe media più potente dell´America Latina diceva basta. Piansi di emozione e disperazione. Gli argentini, ancora una volta, facevano onore alla loro storia: ancora non lo sapevano, ma stavano partorendo un funerale, scrivendo la parola fine a trent´anni di modello economico e sociale neoliberista, che aveva raso al suolo, saccheggiato l´Argentina, sia in dittatura che in democrazia. Perché quel modello aveva preso il via nel 1976 con un massacro. Sostituiva un altro modello, quello che aveva fatto dell´Argentina, a partire dal 1945, con l´avvento del peronismo, un paese con elevatissimi livelli di sviluppo e inclusione sociale.
Fino al 1975, il debito estero era di appena 6 miliardi di dollari, e la disoccupazione non superava il 6 per cento. Il contributo dei salari dei lavoratori al reddito nazionale (il Pil) era del 50 per cento, la più alta nella storia del capitalismo occidentale. La dittatura imposta dai militari diretti da Videla e Massera, che prese il potere con la forza nel marzo del 1976, portò quella percentuale al 28 per cento. Ma oltre a questo aprì l´economia argentina al mondo nel modo sbagliato: lanciò l´alta borghesia argentina nel capitalismo della speculazione finanziaria. Il leader economico della dittatura, il proprietario terriero José Alfredo Martínez de Hoz, mandò in rovina l´industria argentina, terziarizzò il Paese, fece crescere l´indebitamento 264 volte di più.
Ma quel modello non poteva imporsi se non attraverso il massacro degli oppositori. I militari, macellai mediocri e sanguinari, fecero sparire migliaia di argentini nelle catacombe del regime. Continuarono con il massacro in una guerra come quella delle Falkland, insensata e criminale. Nonostante le madri di Plaza de Mayo e le lotte politiche che consolidarono la democrazia a partire dal 1983, nonostante la fine dell´impunità militare, il modello economico non cambiò. Non cambiò con la presidenza di Raúl Alfonsín, né con quella di Carlos Menem. Anzi fu con Menem e Cavallo che la politica di Martínez de Hoz trovò la sua continuazione più agghiacciante: durò dieci anni. E se De la Rúa vinse nelle elezioni del 1999 contro Menem, fu perché la società voleva cambiare pacificamente quel modello economico che la opprimeva. Ma De la Rúa insistette rovinosamente a perpetrarlo. La collera non avrebbe tardato a scatenarsi.
Già nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2001, la folla si diresse verso il centro del potere politico. Verso la Plaza de Mayo, il luogo dove da sempre la storia argentina rinasceva o moriva. Disposti a prendere in mano il loro destino, chiedevano la rinuncia del ministro Cavallo. C´era fuoco in ogni angolo della città e di altre città dell´Argentina. Gli argentini che in quei giorni avevano cambiato la storia erano gli stessi che si erano fatti abbindolare dal dollaro a buon mercato. Essere nel Primo Mondo senza esserlo. Verso le due del mattino, Cavallo fu costretto a dimettersi. La gente a quel punto chiese le dimissioni del presidente. La mattina del 20, la furia sociale non cedeva. Intorno a mezzogiorno, De la Rúa ordinò la repressione delle migliaia di argentini decisi a non muoversi fino a che lui non se ne fosse andato. Ci furono oltre trenta morti, in maggioranza giovani, e centinaia di feriti e di arrestati. De la Rúa fu costretto a fuggire dal tetto del palazzo del governo con un elicottero. Ricordo che piansi di commozione, non soltanto per i morti. Anche perché ancora una volta noi argentini eravamo disposti a prendere la storia nelle nostre mani.
Quella sera, e centinaia di sere dopo di quella, almeno fino a metà del 2002, la gente occupò le strade: correvamo il rischio di rimanere senza Paese. Ci furono cacerolazos giorno e notte. Manifestazioni, assemblee popolari, resistenza di operai e intellettuali, che al grido di «se vayan todos» (andate tutti a casa), chiedevano un rinnovamento della dirigenza politica e il cambiamento delle politiche sociali. Niente e nessuno avrebbe potuto salvarci, impedire che pagassimo il prezzo dei tanti errori, dei tanti crimini permessi, di tanta impunità e devastazione: la crisi sarebbe durata mesi e mesi, ci sarebbe stata una situazione di anarchia e cinque presidenti in una settimana, una svalutazione che avrebbe gettato milioni di persone nell´indigenza, fino al momento in cui ricominciammo a imboccare la strada storica dello sviluppo argentino. Ma questa è un´altra storia.
Ora vale la pena soltanto di ricordare quel 19 e quel 20 dicembre del 2001, quei giorni tinti di sangue che hanno cambiato la storia moderna dell´Argentina e anche la mia piccola storia personale: tornai a scegliere di rimanere nel mio Paese, dopo aver vissuto anni di esilio. Tornai a scegliere di costruire un´altra volta la nostra vita in questo sperduto ma meraviglioso Paese nel Sud del mondo.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
è scrittrice e giornalista
del quotidiano argentino “Clarin“.
Tra i suoi libri più noti,
“Argentina, paese dei paradossi“,
pubblicato in Italia da Laterza

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Dal peronismo all´esilio, all´attentato: un uomo di cinema sempre dalla parte degli ultimi

“Pino“, guerrigliero senza retorica

Fernando “Pino“ Solanas è stato uno dei simboli del cinema militante contro le dittature latinoamericane degli anni Sessanta/Settanta. Là dove “militante“ è coinciso in pieno con “nuovo“. La versione latinoamericana delle “nuove onde“ che percorsero tutto il mondo cinematografico, a partire da Parigi e dagli ultimi anni del decennio Cinquanta, è il cinema di Glauber Rocha e Nelson Pereira dos Santos in Brasile, di Jorge Sanjines in Bolivia, di Tomas Gutierrez Alea a Cuba, di Miguel Littin in Cile, di Fernando Birri e di “Pino“ Solanas in Argentina. Le guerriglie sono compagne di strada, l´Avana è un faro ancora libertario per tutti, i regimi militari il nemico comune. E di comune a molti di questi cineasti c´è anche l´esilio europeo, in Francia o in Italia.
Non che non ci siano differenze. La condizione di chi opera sotto pressione – dal minimo della censura al massimo della persecuzione – si riflette su un´estetica soprattutto documentaristica e di intervento politico. E forse, talvolta, la fama internazionale dipende più da questo che dalle intrinseche qualità espressive. Sta di fatto che Solanas, peronista di sinistra, realizza negli anni duri che precedono il breve ritorno di Peron, quelli della dittatura di Onganìa, il film-manifesto La hora de los hornos (L´ora dei forni), che nei cineclub ultrapoliticizzati di quel tempo diventa bandiera del sessantottismo terzomondista. Di ritorno dall´esilio francese cui lo costringono i sette anni della giunta militare e di Videla (1976-1983) Solanas vive un nuovo momento di grande notorietà e di celebrazione.
Con Tangos el exilio de Gardel, e con Sur, si presenta in una veste rinnovata. La passione politica e il dolore della dignità offesa dalla privazione della libertà si esprimono attraverso un linguaggio allusivo, onirico, più intimista. I motivi della nostalgia si intrecciano a quelli della lotta, e forse prevalgono su di essi. L´avventura della presidenza Menem e della sua politica ultraliberista vede scendere in campo un Solanas direttamente e dichiaratamente politico. Denuncia la spoliazione del paese, subisce nel ‘91 una gambizzazione – dice: «Il primo attentato della ritornata democrazia» – e dal ‘93 al ‘97 siede nel Parlamento di Buenos Aires.
Quando nel dicembre 2001 la società argentina è scossa da una violenta rivolta popolare contro il governo De la Rùa dopo il blocco dei depositi bancari, il regista inizia a progettare un ampio lavoro di testimonianza della spaventosa crisi che ha investito la sua nazione. La stessa che alcuni decenni prima era stata la sesta più ricca del mondo. Questo progetto si è finora concretizzato in due titoli che in queste settimane circolano sui nostri schermi, e probabilmente ne seguirà un terzo dedicato appunto alle potenzialità della rinascita argentina (titolo previsto: Argentina latente). Memoria del saqueo (Diario del saccheggio) ricostruisce le vicende argentine dal golpe del ‘76 alla sommossa del 2001 passando per il decennio Menem e la consegna – che Solanas denuncia con asprezza e senza mezzi termini – agli interessi multinazionali, alla corruzione della classe dirigente, all´usura delle banche, ai diktat degli organismi economici americano-internazionali. Documentato e puntuale. La dignidad de los nadies (La dignità degli ultimi) invece si sofferma su alcuni episodi esemplari di resistenza sociale e solidarietà umana per far fronte all´emergenza della disoccupazione di massa, della caduta completa di ogni protezione sociale, dell´impennata dei dati statistici delle morti per indigenza. Senza pedagogismo, senza pedanteria propagandistica, senza retorica.
(p. d´a.)

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