Multinazionali, a sorpresa vince l`Europa

(Corriere della Sera, 15 giugno 2006)

Sorpresa: l’Europa delle multinazionali batte gli Stati Uniti

Mediobanca: battuti gli USA, passon indietro dell’Italia

Sorpresa: l’Europa delle multinazionali batte gli Stati Uniti. Ma l’Italia resta indietro: le nostre imprese più internazionali sono sempre poche e scarsamente hi-tech, il nostro modello di globalizzazione non va alla ricerca di nuovi mercati ma di costi inferiori. Insomma, se l’Europa guidata dai colossi tedeschi vince la sfida, il nostro Paese continua a perderla. Chi lo dice? Una fonte autorevole: R&S-Mediobanca nell’ultima «Indagine sulle multinazionali». Che per quanto riguarda la debolezza italiana descrive dati e delinea opinioni abbastanza condivise, mentre va un po’ controcorrente nell’indicare da un lato lo sprint europeo (e giapponese) e dall’altro una sorta di declino delle imprese globali statunitensi. Declino raccontato in particolare da due dati. Anzitutto dall’efficienza, migliorata molto di più nei colossi Ue rispetto a quelli Usa: nei primi la produttività è cresciuta a una velocità doppia rispetto a quanto avvenuto nei secondi; in secondo luogo dalla tecnologia: il peso delle multinazionali hi-tech è pari all’86,6% in Germania, all’85,7% in Giappone e al 61% negli Stati Uniti. In Europa il rapporto non raggiunge il 50%, ma a portarlo verso il basso sono soprattutto l’Italia (36,1%) e la Gran Bretagna (12,5%).
Così dunque cambia il mondo delle imprese mondiali. Che secondo R&S sono anzitutto sempre più grandi e concentrate. Nello scorso decennio è pressoché raddoppiata la dimensione unitaria delle 275 superbig considerate, che in tutto realizzano 6.284 miliardi di fatturato con 21 milioni di dipendenti. Ci sono stati 80 megamerger, soprattutto nei settori petrolifero e siderurgico, tendenza che quest’anno è proseguita con l’Opa della Mittal sulla statunitense Usg e sulla Arcelor. Nel 2005 però le maggiori aggregazioni sono state nelle telecomunicazioni: negli Usa si sta ricostruendo la AT&T come maggior operatore telefonico dopo l’abolizione del monopolio nell’84.
Rispetto poi all’89 (anno di inizio dell’indagine R&S) anche la geografia delle 12 più grandi multinazionali è cambiata. Oggi il numero uno è la tedesca DaimlerChrysler mentre allora era l’inglese Royal Dutch-Shell, scesa al terzo posto. Seconda è la giapponese Toyota, che era quinta. Vistoso è il calo dell’Ibm, scesa dal quarto all’undicesimo posto. Germania e Francia «acquistano» superbig (la prima due con Daimler e Volkswagen, la seconda una con Total), mentre l’Italia perde il solo che aveva: la Fiat è uscita dalla classifica.
E veniamo al «caso» italiano: fra le 275 imprese più grandi del mondo, solo 16 sono del nostro Paese e il numero uno, l’Eni, è ventesima. Il drappello con gli anni è aumentato: nel 2002-2004 sono entrate in classifica Fincantieri, Indesit e Buzzi Unicem. La medaglia però ha un rovescio: il numero delle multinazionali in Europa è diminuito grazie ai processi di concentrazione, che in Italia sono invece stati rari. Infine le nostre big fanno poca ricerca: le grandi internazionali hi-tech pesano solo per il 5,5% del fatturato e fra i primi 10 gruppi mondiali per R&S c’è solo Finmeccanica.

Sergio Bocconi

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