Rapporto Ocse: “Frena la crescita dell’occupazione in Italia”

Rapporto Ocse: “Frena la crescita dell’occupazione in Italia”

Employment Outlook 2006: nel 2007 l`aumento sarà solo dello 0,4%. Da noi uno dei tassi di occupazione più bassi dell’area. E siamo indietro nella crescita dei salari, per lavoro alle donne e ai giovani. La disoccupazione nei paesi Ocse continuerà a diminuire ma l’occupazione cresce ancora troppo poco. Un terzo della persone in età lavorativa è disoccupato o inattivo. Necessarie politiche specifiche per i gruppi svantaggiati. TABELLE: occupazione, disoccupazione e retribuzioni reali

di FEDERICO PACE

Perde velocità la crescita dell`occupazione in Italia. Nel 2006 il tasso di crescita sarà dello 0,6% e nel 2007 solo dello 0,4% (vedi tabella). Sono queste le stime dell`Ocse contenute nell`Employment Outlook 2006, il rapporto sulle prospettive del mercato del lavoro, presentato oggi a Parigi. Lo scorso anno la crescita del lavoro in Italia aveva registrato un tasso dello 0,7% e ad oggi siamo ancora agli ultimi posti per tasso di occupazione (sotto al 60%).
Nei paesi Ocse l`occupazione crescerà nel complesso dell’1,3 per cento nel 2006 per scendere all’1,1 % nel 2007. I più dinamici in Europa saranno Irlanda, Spagna, Polonia e Islanda (con un tasso di crescita sopra al 2%). Rallenterà la percentuale degli occupati invece nel Regno Unito nonostante la crescita del Pil. In accelerazione, ma modesta, gli Stati Uniti.
Quanto ai “senza lavoro”, tra il 2004 e il 2005 il numero dei disoccupati è diminuito di un milione di unità e il tasso di disoccupazione ha mostrato una riduzione in buona parte dei paesi dell’area Ocse.
Resta stabile comunque – in termini assoluti – il numero (36 milioni) di uomini e donne che rimangono fuori dal mercato del lavoro. Disoccupati o inattivi.
Entro il 2007, nell’intera area Ocse, si dovrebbe raggiungere un tasso di disoccupazione pari al 6%. Si stima che la quota dei “senza lavoro” crescerà solo in cinque paesi (Regno Unito, Portogallo, Turchia, Nuova Zelanda e Lussemburgo). In Italia (vedi tabella) si è passati dal 10,4 per cento del decennio 1993-2003 al 7,8 per cento del 2005. Entro il 2007 il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere al 7,6 per cento.
La disoccupazione continuerà a diminuire, dicono gli autori del rapporto, ma nei prossimi anni l’occupazione continuerà a muoversi a passi molto lenti. Per questo sarà sempre più necessario, mentre la popolazione mondiale continua ad “invecchiare”, riuscire a coinvolgere nel mercato del lavoro quei gruppi fino ad ora svantaggiati e costretti ai margini. E a permettere ai lavoratori “anziani” di rimanere in azienda, non discriminati, e a condizioni qualitativamente migliori di quanto non accada ora.
Riguardo ai compensi reali, in Italia, dal 1993 al 2003 sono diminuiti dello 0,4 per cento e rimasti pressoché fermi (+ 0,1%) nel 2004. Nel 2005 l’evoluzione è stata leggermente migliore (+0,6) e per il 2006 e 2007 l’Ocse stima una modesta crescita intorno al mezzo punto percentuale (vedi tabella).
Nel complesso dell`area Ocse, nel 2005 l’evoluzione delle retribuzioni reali per addetto è stata positiva (+1.6% nel 2005) dopo un decennio di moderazione. Le stime per i prossimi due anni indicano che nel 2006 il tasso di crescita si stabilizzerà per tornare a salire nel 2007 (+1,9%). Nel 2005 le peggiori performance sono quelle registrate in Belgio, Germania e Spagna. Bene invece Regno Unito, Svezia, Norvegia, Irlanda, Islanda, Finlandia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Nei prossimi due anni i peggiori risultati saranno quelli di Germania e Paesi Bassi.
Se si guarda all`occupazione femminile, l`Italia è, tra i Paesi dell`Ocse, al quart`ultimo posto, avanti soltanto a Corea, Messico e Turchia. Il tasso di occupazione delle donne in Italia nel 2005 era al 45,3%, contro il 56,1% della media Ocse e il 57,8% dell`Europa a 15.
L`Italia è indietro anche per la partecipazione al mercato del lavoro dei giovani e dei lavoratori con bassa professionalità.
Quanto al lavoro a termine è cresciuto soprattutto in Belgio, Italia, Olanda e Portogallo ma per la gran parte dei “temporanei“ la condizione è involontaria e più della metà preferirebbe un contratto a tempo indeterminato.

(Repubblica.it, martedì 13 giugno 2006)

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