SPIONI. INCURSIONI INFORMATICHE CONTRO RCS DA UN UFFICIO TELECOM

(da L`espresso, 1 giugno 2006) INCURSIONI INFORMATICHE CONTRO RCS LANCIATE DA UN UFFICIO TELECOM ESISTONO DEI PROTOCOLLI D`INTESA TRA LE COMPAGNIE TELEFONICHE E I SERVIZI? Peter Gomez e Vittorio Malagutti Il 2004 è un anno di grandi novità per la Rizzoli-Corriere della Sera. A giugno s`insedia il nuovo amministratore delegato Vittorio Colao, proveniente da Vodafone. [&hellip

redazione • 4/6/2006 • Politica & Istituzioni • 450 Viste

(da L`espresso, 1 giugno 2006)

INCURSIONI INFORMATICHE CONTRO RCS LANCIATE DA UN UFFICIO TELECOM

ESISTONO DEI PROTOCOLLI D`INTESA TRA LE COMPAGNIE TELEFONICHE E I SERVIZI?

Peter Gomez e Vittorio Malagutti

Il 2004 è un anno di grandi novità per la Rizzoli-Corriere della Sera. A giugno s`insedia il nuovo amministratore delegato Vittorio Colao, proveniente da Vodafone. A dicembre va in scena il cambio della guardia alla direzione del quotidiano di via Solferino: Stefano Folli lascia dopo soli 18 mesi e al suo posto arriva Paolo Mieli. È proprio in quelle settimane che parte un attacco informatico contro l`azienda editoriale. Alcuni computer di top manager e giornalisti finiscono nel mirino di un misterioso hacker.

Sembra un`incursione come tante. Uno di quegli assalti lanciati quasi per gioco da chi si diverte in Rete. A ogni buon conto, dopo una segnalazione, interviene la polizia postale e a Milano, in Procura, viene aperto un fascicolo. I primi accertamenti collegano l`assalto a un indirizzo di Roma. Basta qualche controllo per rendersi conto che i pirati del Web hanno utilizzato un ufficio della galassia Telecom Italia. Gli investigatori procedono con prudenza. E alla ricerca di notizie si rivolgono alla compagnia telefonica. Dopo qualche tempo arriva la risposta: quei locali sono stati svuotati e anche le apparecchiature informatiche non esistono più, smantellate. L`inchiesta finisce in archivio. Ma non viene dimenticata.

Il dossier è oggi sulle scrivanie dei pm milanesi che stanno indagando sulla rete di agenti segreti, spie vere o presunte, ambigui giornalisti, investigatori privati e dirigenti aziendali che da più di un decennio sembrano ruotare attorno alla figura di Giuliano Tavaroli, 46 anni, il top manager della sicurezza del gruppo Pirelli-Telecom dimissionario da fine maggio.

Da più di un anno Tavaroli è sotto inchiesta per associazione per delinquere finalizzata alla violazione del segreto d`ufficio assieme a Emanuele Cipriani, il fondatore della Polis d`Istinto di Firenze, una delle più importanti agenzie investigative italiane. Nei computer di Cipriani i magistrati hanno scoperto un gigantesco archivio contente file su politici, magistrati, big della finanza e persino calciatori e arbitri: chiunque, o quasi, abbia giocato un ruolo di rilievo nelle cronache recenti del Paese.

Per capire come sia potuta finire nelle mani di Cipriani una simile massa di dati, compresi tabulati telefonici, informazioni bancarie italiane ed estere e, in qualche caso, persino trascrizioni d`intercettazioni disposte dalla magistratura, i pm battono due strade. Da una parte guardano a Telecom, al tipo d`incarichi assegnati alla Polis d`Istinto e al flusso di denaro (almeno 14 milioni di euro regolarmente fatturati e accantonati in Lussemburgo) che dalla multinazionale milanese portano all`agenzia d`investigazioni. Dall`altra le verifiche si concentrano sui rapporti tra l`attivissimo investigatore privato fiorentino, Tavaroli e Marco Mancini, un super 007 dal luglio 2003 responsabile della prima sezione del Sismi, quella che si occupa di anti-terrorismo e controspionaggio.

“Marco è una figura magnifica, molto più che un amico, ma con il mio lavoro non c`entra“, ha protestato Tavaroli in una intervista pubblicata il 30 maggio dal `Sole 24 Ore`. Fatto sta che, proprio nelle stesse ore in cui il manager della sicurezza lasciava il gruppo Pirelli, anche Mancini ha scelto di farsi da parte prendendo un periodo di ferie. Sulla sua decisione, maturata nel corso di una drammatica riunione negli uffici dell`allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, hanno pesato le notizie provenienti dalla Procura di Milano.

E non solo quelle sull`inchiesta che vede coinvolto il duo Tavaroli-Cipriani, ma anche le novità riguardanti l`indagine sul sequestro di Abu Omar, l`imam rapito a Milano il 17 febbraio del 2003 da un commando di agenti Cia e poi torturato in Egitto. A quel blitz hanno certamente partecipato anche degli italiani. Uno di loro, un maresciallo dei Ros dei Carabinieri, ha già confessato. Gli altri restano per il momento senza volto. Nei giorni del sequestro, Mancini ricopriva gli incarichi di “direttore del raggruppamento Centro-nord“ del Servizio segreto militare e di “direttore reggente dei centri di Milano e Bologna“. Adesso i magistrati si chiedono che cosa sapesse dell`operazione Abu Omar.

Man mano che le indagini si addentrano in questa palude maleodorante popolata da 007 dall`intercettazione facile, maghi dell`informatica e funzionari dello Stato con solidi legami a Washington, diventa sempre più difficile arginare l`onda lunga dello scandalo. E alla fine l`intricata trama spionistico-giudiziaria ha finito per scuotere anche le mura di Telecom. Venerdì 26 maggio il presidente Marco Tronchetti Provera ha sentito il bisogno di rassicurare gli 85 mila dipendenti del gruppo con una lettera aperta in cui si ribadiva la “trasparenza, l`integrità e l`eccellenza professionale“ su cui si basa l`attività di Telecom. Assicurando, tra l`altro, che “chi in malafede ha commesso scorrettezze e abusi è sempre stato allontanato“.

Da mesi, del resto, si era già messa in moto la macchina delle verifiche interne. Nel mirino, innanzitutto, ci sono le procedure e le apparecchiature utilizzate per le intercettazioni e la raccolta dei tabulati telefonici disposte dalla magistratura. Secondo quanto risulta a `L`espresso`, le sorprese non sono davvero mancate. In sostanza, i tecnici si sono resi conto che il sistema presenta delle falle. La rete dei controlli informatici che dovrebbe difendere queste delicate attività aziendali da interventi non autorizzati, da tempo era di fatto sottoutilizzata. Non basta. Gli accertamenti hanno anche stabilito che, almeno in via teorica, si sarebbe potuto intervenire direttamente sulle centraline per spiare le telefonate degli italiani senza lasciare tracce. In questo modo era quindi possibile evitare il ricorso alle apparecchiature ad hoc (denominate in gergo traslatori) che servono per portare le conversazioni intercettate sino alle sale ascolto delle procure, come si fa normalmente nelle indagini disposte dalla magistratura.

Un altro aspetto molto delicato preso in esame riguarda la gestione dei tabulati telefonici e degli altri dati di traffico. Queste informazioni sensibili vengono gestite, sulla base di procedure precise, da alcuni uffici all`interno di Telecom: il Cnag ( Centro nazionale autorità giudiziaria), lo Stag (Servizio tecnico autorità giudiziaria), ma anche dagli operatori addetti, in caso di contestazioni, alla verifica dell`effettiva corrispondenza tra il contenuto delle bollette e le chiamate effettuate. In tutti questi casi il sistema è protetto da badge e password che permettono di risalire immediatamente a chi ha utilizzato i terminali per richiedere informazioni. Nonostante queste precauzioni, esiste in Italia un vero e proprio mercato dei tabulati telefonici.

Lo ha verificato la Procura di Milano quando in marzo, indagando proprio sulla Polis d`Istinto, si è imbattuta, arrestandoli, in un gruppo di detective privati assoldati, secondo l`ipotesi dell`accusa, dall`ex ministro della Sanità, Francesco Storace, per tentare d`incastrare due avversari politici come il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e la candidata di Alternativa Sociale, Alessandra Mussolini. Questi dati generalmente escono dagli uffici di Telecom (e degli altri gestori telefonici) seguendo due strade: la corruzione dei semplici operatori o quella di funzionari delle forze dell`ordine che inviano alle compagnie false richieste di produzione di tabulati, mischiandole a quelle autentiche autorizzate dalla magistratura.

Secondo il quotidiano `Libero` di sabato 27 maggio, le verifiche interne avrebbero però aperto anche un terzo fronte. La stessa Telecom “avrebbe rilevato“ tra le proprie apparecchiature e i propri programmi informatici “la presenza di altri sistemi `mai dichiarati` in precedenza“. Di che cosa si tratta? La multinazionale di Tronchetti Provera, interpellata da `L`espresso`, ha negato la circostanza, assicurando di non aver mai inviato alcuna lettera al Garante della privacy per segnalare il problema, come invece sostenuto dal giornale diretto da Vittorio Feltri.

Non di tutto quello che accade in Telecom (e nelle altre compagnie) si può del resto parlare. Almeno dal 2001, secondo quanto risulta a `L`espresso`, nei nostri servizi segreti è partita la corsa all`acquisto di nuove macchine per le intercettazioni telefoniche. Il problema è che fino al luglio del 2005, quando il Parlamento ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza antiterrorismo, agli 007 italiani era formalmente vietato spiare le telecomunicazioni. Un evidente non senso perché senza intercettare è impossibile tentare di prevenire attacchi e attentati. Per anni si è così andati avanti ricorrendo a una sorta di compromesso all`italiana. Nel caso che le barbe finte fossero state scoperte, il governo era pronto a intervenire ricorrendo al segreto di Stato. Ma questo avveniva al di fuori di qualsiasi controllo.

Dalla scorsa estate invece i direttori di Sismi e Sisde possono chiedere direttamente al Procuratore generale presso la Cassazione di autorizzare le cosiddette intercettazioni preventive. Cioè gli ascolti che non possono entrare nei processi e che non hanno valore di prova. Da quel giorno gli investimenti economici delle barbe finte in sofisticate apparecchiature elettroniche sono ulteriormente aumentati. Un segno evidente che di intercettazioni gli 007 ne fanno ormai moltissime. Come vengono pagate le compagnie telefoniche che gioco forza devono mettere a disposizione le proprie linee? Esistono dei protocolli d`intesa tra Telecom, Wind, Vodafone e i servizi? E se esistono, chi li ha firmati? Tutti interrogativi destinati a restare senza risposta sui quali, nella confusione delle norme, si allunga l`ombra del segreto di Stato.

Un solo dato è certo. In Telecom l`allontanamento di Tavaroli dai vertici aziendali ha provocato un terremoto tra gli uomini della sicurezza. Dopo trasferimenti, cambi di mansione, creazione di nuove strutture, ben pochi sono rimasti al proprio posto. Tanto per cominciare la security non è più una funzione autonoma ma è passata sotto la direzione risorse umane affidata a Gustavo Bracco. Il coordinamento delle attività di sicurezza risulta invece nelle mani di Adamo Bove, un ex poliziotto con un fratello gemello (Guglielmo) all`ufficio legale del gruppo. A fianco di Bove, lavora Giovanni Penna, responsabile delle cosiddette operations, che in pratica corrisponde all`attività di tutela fisica delle centrali e delle sedi di Telecom.

Anche il Cnag, cioè il settore più delicato per le intercettazioni e i rapporti con la magistratura, ha cambiato indirizzo. L`ufficio diretto da Andrea Galletta non dipende più dalla sicurezza, ma è passato sotto la supervisione dell`ufficio legale, com`era fino a tre anni fa. Prima dell`arrivo di Tavaroli al comando dei security manager del gruppo telefonico.

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