Cgil: tre milioni senza diritti

Rapporto Ires sul sommerso: dai servizi all’agricoltura, molti italiani lavorano fino a 10 ore al giorno per 600 euro al mese, senza contributi. «Il governo apra subito il tavolo sul lavoro» Roma Antonio SciottoSono almeno tre milioni i lavoratori senza diritti nel nostro paese, un sesto dei quali (500 mila) immigrati: è il ritratto del [&hellip

redazione • 6/3/2007 • Lavoro, economia & finanza • 217 Viste

Rapporto Ires sul sommerso: dai servizi all’agricoltura, molti italiani lavorano fino a 10 ore al giorno per 600 euro al mese, senza contributi. «Il governo apra subito il tavolo sul lavoro»

Roma

Antonio Sciotto
Sono almeno tre milioni i lavoratori senza diritti nel nostro paese, un sesto dei quali (500 mila) immigrati: è il ritratto del lavoro sommerso – nero e irregolare – che viene fuori dall’ultimo rapporto dell’Ires Cgil, il centro studi del sindacato. Un’indagine che non a caso è stata intitolata «I volti del sommerso», dato che è corredata da 120 interviste ai lavoratori dell’edilizia, agricoltura, servizi, industria, che cercano di rendere più concreti i freddi numeri della statistica: si viene così a scoprire che il lavoratore in nero guadagna dai 400 ai 900-1000 euro al mese, per 8-10 ore di lavoro al giorno, ma non accumula contributi né può godere di alcuna tutela o di una forza rivendicativa. É l’«usa e getta» ideale per piccole imprese senza scrupoli, per gli appalti spesso collusi con la criminalità organizzata e le false cooperative; è il lavoratore meno avvicinabile dai sindacati, l’anello debole che passa continuamente dal nero, al precariato, fino alla disoccupazione e ritorno.
A esporre le cifre del rapporto è stato il presidente dell’Ires Agostino Megale: il fatto ad esempio che l’Istat quantifichi in 2 milioni e 700 mila gli irregolari, è dovuto a una probabile sottovalutazione del numero degli immigrati (calcolati dall’istituto in 140 mila, quando le domande di regolarizzazione per l’ultimo decreto flussi hanno superato le 500 mila). Il 47,4% dei lavoratori in nero è concentrato nel Sud, il 19,1% nel Centro, il 33,5% nel Nord. Ma il tasso di irregolarità rispetto alle singole aree è molto più sfavorevole per il Sud: la media italiana è al 13%, con il Sud che si attesta al 23% contro il 12% del Centro e l’8-9% del Nord. Ben il 72% degli irregolari si concentra nei servizi (macro-categoria che include l’assistenza domestica, il turismo, il commercio, i trasporti), il 13% nell’agricoltura, l’8% nell’industria e il 7% nel settore delle costruzioni.
Italia maglia nera della precarietà
Sempre restando sui numeri, bisogna segnalare che l’Italia ha la maglia nera tra i paesi della Ue a 15, con dati che assomigliano di più a quelli delle nazioni di nuovo ingresso: se infatti nella media della Ue a 15 il sommerso rappresenta il 4-7% del Pil, l’Italia vanta un ben peggiore 17%. Sta dunque a pieno diritto nella media dei paesi di nuovo ingresso (pari al 15-30%), vicino a Slovenia (17%), Romania (21%), Bulgaria (30%). Ogni anno viene dunque sottratto all’imposizione fiscale e contributiva il 17% del Pil, pari a circa 240 miliardi di euro; il valore delle imposte e dei contributi evasi è di 105 miliardi di euro (7% del Pil). Scomponendo quest’ultima cifra, è interessante isolare un numero: 40 miliardi di euro (34% del totale) sono i contributi evasi.
Ma quanto conviene un irregolare? Il risparmio da parte dell’impresa è altissimo se il lavoratore è totalmente in nero: per l’Ires, prendendo a riferimento un dipendente medio dell’industria, costa solo un terzo di un regolare. Se parliamo di lavoratori «grigi» (ossia parzialmente irregolari) siamo a circa il 60% dei costi; per un «semi-regolare» (riemerso con i contratti di riallineamento) siamo all’80-90%. Al netto, un lavoratore in nero del Sud può arrivare a costare soli 450-500 euro mensili (ad esempio chi lavora 8 ore ma la busta paga ne registra la metà), fino a 700-800 totalmente in nero. Solo chi è molto professionalizzato può arrivare a 1500 euro, che rappresentano comunque il 50% dei costi di un dipendente perché senza contributi. Alcuni salari «allarmanti»: nel Sud in agricoltura puoi fare 10 ore al giorno per 650 euro al mese, in edilizia 500 euro per 8 ore. Un immigrato nei servizi domestici per 8-10 ore al giorno può arrivare a 900 euro mensili, se non vive in co-residenza con l’assistito (dunque ci paga pure un affitto).Ma il nero non è l’unico problema: c’è anche il precariato, che assorbe almeno altre 4 milioni di persone. E dove c’è più nero c’è anche più lavoro «instabile» (somma di temporaneo più disoccupazione): la media italiana del lavoro «instabile» è del 18,5%, ma sale al 27% al Sud, mentre è al 14% al Nord e al 17,6% al Centro. Così tra i precari si annida il maggior numero di doppio-lavoristi: sono il 36% degli atipici contro l’11% dei classici dipendenti.
Cgil: «Contrattazione e nuove leggi»
Non è vero che l’aumento della flessibilità nel mercato del lavoro ha portato a una maggiore emersione dal nero: la Cgil ancora una volta ieri ha negato la validità del principio su cui il passato governo ha basato l’elaborazione della legge 30, chiedendo all’esecutivo dell’Unione «l’apertura immediata del tavolo sulle nuove regole del lavoro e gli ammortizzatori». Il segretario Fulvio Fammoni ha spiegato che «il 2006 è stato l’anno della campagna contro il nero e per la regolarizzazione, mentre il 2007 deve essere quello della contrattazione: bisogna avere subito l’applicazione del Durc e degli indici di congruità, sbloccare il ddl sul permesso agli immigrati. E agire contro la tendenza delle ultime leggi, che hanno tenuto il lavoro lontano dall’impresa: con le esternalizzazioni, gli appalti e le cessioni di ramo d’impresa, con le false parasubordinazioni e lo staff leasing: rimettere mano alle regole e assicurare a tutti gli ammortizzatori». Analoghe richieste sono venute da Giorgio Santini (Cisl). Il ministro del lavoro Cesare Damiano ha annunciato che «entro l’estate si provvederà su Durc e indici», che il governo «agirà, con le parti sociali e in base al programma, su legge 30 e contratti a termine»; ha spiegato che mira «a far costare di più il lavoro flessibile dello stabile, come si è iniziato con i contributi dei cocoprò» e che «una quota di quanto recuperato dalla lotta all’evasione deve essere usato per finanziare gli ammortizzatori». Infine, sono già 11 gli accordi siglati nei call center (8 mila gli operatori in via di regolarizzazione), e ieri il governo ha aperto l’«Osservatorio sulla contrattazione nei call center» con le parti sociali.

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