Eritrei a San Lupo. Un comune solidale

SAN LUPO (BENEVENTO) Da qui, alla fine dell’Ottocento, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta scelsero di far partire un’insurrezione anarchica che avrebbe dovuto incendiare il resto della penisola. Arrivarono una notte di tardo inverno, a dorso di un mulo, convinti di riuscire a portare dalla propria parte i contadini del posto, ma furono traditi e costretti [&hellip

Carlo Maria Miele redazione • 29/4/2010 • Buone pratiche e Buone notizie • 681 Viste

SAN LUPO (BENEVENTO)

Da qui, alla fine dell’Ottocento, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta scelsero di far partire un’insurrezione anarchica che avrebbe dovuto incendiare il resto della penisola. Arrivarono una notte di tardo inverno, a dorso di un mulo, convinti di riuscire a portare dalla propria parte i contadini del posto, ma furono traditi e costretti a fuggire per sottrarsi alla cattura. Questi stessi luoghi, più di un secolo dopo, sono stati scelti da ministero dell’Interno, Unione europea e Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) per “reinsediare” un gruppo di profughi politici provenienti dall’Eritrea e testare un nuovo programma di integrazione che, se avrà  successo, potrà  essere riproposto nel resto d’Italia.

Siamo a San Lupo, paesino di soli 800 abitanti aggrappato alle pendici del massiccio del Matese. Una terra di vigne e ulivi, lontana più di ottanta chilometri da Napoli e da sempre marginale a tutti i flussi di migrazione. Qui lo scorso primo aprile sono arrivati 33 rifugiati del Corno d’Africa, che resteranno per due anni nel corso dei quali seguiranno corsi di italiano e tirocini nelle aziende locali in modo da potere poi affrontare autonomamente la propria nuova vita.

L’idea può sembrare folle: portare decine di persone in una terra da cui tanti sono emigrati negli anni passati, dove ancora oggi chi ha avuto la possibilità  di completare gli studi se ne va, per cercare opportunità  di vita e di lavoro altrove. Eppure c’è chi non ha avuto paura a fare propria questa idea. Per primo il sindaco del paesino, Irma De Angelis, che in questo progetto ha sempre creduto e lo ha difeso, anche quando un po’ tutti le andavano contro. Impegnandosi per superare la diffidenza e i pregiudizi dei suoi concittadini, e non stancandosi mai di spiegare loro che l’arrivo di trenta nuovi concittadini avrebbe rappresentato prima di tutto una «opportunità » per tutti. «La molla che ci ha spinto a farci avanti è stata innanzitutto la solidarietà . In particolar modo verso gli eritrei – come italiani – abbiamo un debito morale enorme e questo è un modo per saldarlo in piccola parte. Ma sappiamo anche che questa esperienza potrà  far crescere di molto la nostra comunità , in termini di conoscenza e di sviluppo», racconta De Angelis.

Piccoli comuni, grande solidarietà 

Tutto ha inizio nel 2008, quando da Roma arriva la notizia del progetto «Piccoli comuni, grande solidarietà », che fa parte di una più vasta iniziativa europea per il reinsediamento dei migranti nel periodo 2007-2013. Si tratta di un progetto sperimentale, che punta a innovare le strategie di integrazione finora adottate: non più metropoli o grandi città  come dimora per i nuovi arrivati, ma centri piccoli e piccolissimi, con meno di 5mila abitanti. Il tutto a partire dalla convinzione che nei borghi possa essere più facile inserirsi nella comunità  locale e trovare un’occupazione. «Senza correre il rischio – come recita, in perfetto “burocratese” il comunicato del ministero – di fagocitamento e reclutamento da parte della criminalità  e dello sfruttamento lavorativo».

San Lupo, così come altri piccoli centri dell’Italia centrale e meridionale, presenta la propria candidatura per ospitare i profughi. Lo stesso anno iniziano i sopralluoghi nelle possibili sedi, per valutare i diversi ambienti e individuare quello più adatto allo scopo. Alla fine la spunta il comune sannita, che ha messo a disposizione come alloggio un ex edificio scolastico e che può vantare un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura e l’artigianato, simile per molti versi a quella delle comunità  d’origine dei rifugiati.

Da quel momento inizia la corsa per organizzare tutto per tempo. L’organizzazione e la gestione delle attività  formazione, socializzazione e accompagnamento, viene affidata a Connecting People, un consorzio siciliano che vince il bando del ministero e che si occuperà  della fornitura dei servizi, dalla mensa all’organizzazione dei corsi, ma anche della formazione e dei tirocini previsti presso piccole aziende e realtà  artigianali e turistiche della zona.

Lo stesso consorzio provvederà  a garantire i servizi e gli interventi di accoglienza, assistenza e formazione necessari per far sì che l’integrazione dei nuovi arrivati nel tessuto sociale ed economico locale diventi una realtà .

Pregiudizi

Adesso tra la popolazione di San Lupo c’è grossa aspettativa per la nuova esperienza che la attende e per i cambiamenti che questa porterà  con sé. In consiglio comunale, la proposta di accoglienza ha ricevuto da subito un consenso bipartisan e, messa ai voti, ha ottenuto un solo parere contrario. E la discussione ha trovato spazio anche nell’ambito di un apposito gruppo creato su Facebook, dove il numero degli utenti favorevoli prevale di gran lunga su quelli contrari.

All’inizio, però, le cose sono state tutt’altro che semplici. In un primo momento la notizia dell’arrivo di decine di migranti africani (inizialmente si parla di cinquanta persone) non viene presa bene. A prevalere è la diffidenza per un’iniziativa, che, inevitabilmente, è destinata a mutare il volto di un paesino che finora è sempre rimasto estraneo ai flussi migratori. «Ho dovuto fronteggiare le naturali resistenze dei miei concittadini – spiega la sindaca De Angelis – Come ogni realtà  dell’entroterra, quella di San Lupo non è una comunità  tradizionalmente aperta allo scambio culturale, a cui si aggiungono la comune diffidenza e i pregiudizi che spesso si accompagnano con tutto ciò che e nuovo e diverso. In più, nella prima fase, c’è stata molta disinformazione in merito al progetto, anche sulla stampa, e abbiamo dovuto darci da fare per smentire tutta una serie di notizie false».

L’amministrazione di San Lupo, sostenuta da una maggioranza di centrosinistra, non ha però mai pensato di abbandonare il progetto. Per superare la resistenza iniziale, la giunta ha deciso di lanciare una campagna di sensibilizzazione diretta ai propri cittadini, ma soprattutto sindaco e assessori hanno dovuto parlare molto con ognuno di loro, per spiegare la natura del progetto, aiutarli a capire ed eliminare la diffidenza. Tanti sforzi che però hanno pagato: «Oggi la diffidenza iniziale è sparita – dice De Angelis – Al suo posto tra la popolazione sanlupese c’è una grossa aspettativa per i cambiamenti che avverranno nella nostra comunità  e c’è anche tanta voglia di partecipazione».

Emigrazione e immigrazione

A San Lupo i rifugiati eritrei tenteranno di crearsi una nuova vita, potendo contare anche sul sostegno di un’equipe di insegnanti, interpreti, assistenti sociali e psicologi. Ma soprattutto tenteranno di mettersi alle spalle i drammi che hanno segnato il loro passato recente: dalla travagliata fuga dal proprio paese d’origine, iniziata cinque anni fa, alle sofferenze del periodo passato nei campi di detenzione della Libia, fino a quella sorta di limbo che è rappresentato dal Centro richiedenti asilo (Cara) di Salina Grande, a Trapani.

Il loro arrivo, però, rappresenta anche una grande opportunità  per San Lupo, che come tante realtà  dell’entroterra sconta una bassa natalità  e un elevato tasso di emigrazione giovanile. Nel paesino sannita la popolazione locale diminuisce e invecchia costantemente, causando la chiusura delle scuole e l’abbandono dei mestieri tradizionali.

In questo senso, l’arrivo di tanti nuovi cittadini rappresenta per San Lupo un’enorme iniezione di vita e una speranza per il futuro. Tra i rifugiati eritrei vi sono anche due donne in stato di gravidanza e tre bambini, che contribuiranno a tenere in vita la scuola locale. I loro genitori, invece, seguiranno corsi di formazione e tirocini in aziende locali, dedicandosi alle attività  più diffuse nella zona, come la coltivazione della pianta d’ulivo, che – anche da un punto di vista simbolico – accomuna le colline del Sannio e gli altipiani dell’Eritrea.

Il sindaco De Angelis, che mercoledì scorso ha accolto i rifugiati insieme ai rappresentanti dell’Unhcr, si dice ottimista per la riuscita del progetto. «Quello che ci fa ben sperare – dice – è il fatto che, anche se piccolo, San Lupo è un comune generoso. La nostra scommessa è quella di riuscire a integrare i nuovi arrivati nella nostra comunità . Speriamo che, alla fine dei due anni, qualcuno rimanga a San Lupo e continui a lavorare e a vivere con noi».

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