Bomba contro un convoglio uccisi due militari italiani

Agguato contro il Lince dell’Isaf, una soldatessa fra i feriti
La provincia dell’agguato è diventata strategica per il traffico di droga

GIAMPAOLO CADALANU - La Repubblica Sergio Segio • 18/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 136 Viste

Una carica potentissima, che ha penetrato le protezioni del “Lince” e ha straziato guidatore e capo-macchina, ferendo anche i soldati seduti dietro. Due genieri della Brigata alpina Taurinense sono morti così, uccisi da una mina artigianale su una mulattiera dell’Afghanistan, a bordo di un blindato diretto verso Bala Murghab, a pochi passi dal confine del Turkmenistan.
I quattro italiani erano sull’ottavo mezzo della lunghissima fila partita da Herat: in testa c’erano quattro macchine dell’Esercito nazionale afgano, poi i Vtlm “Lince” del nostro contingente. Al volante c’era il sergente Massimiliano Ramadù, accanto a lui Luigi Pascazio, caporalmaggiore. Il primo veniva da Velletri, il secondo dalla provincia di Bari. Tutt’e due sono stati investiti in pieno dall'”Ied”, la bomba improvvisata, probabilmente azionata con un telecomando, che ha ferito gravemente anche la radiofonista Cristina Buonacucina e il mitragliere Gianfranco Sciré.
Il convoglio, circa un centinaio di mezzi, era partito da Camp Arena, la base di Herat. C’erano blindati italiani, afgani, spagnoli: tutti assieme dovevano raggiungere la base avanzata nella provincia del Badghis per “operazioni congiunte” con le truppe americane. Avevano impiegato oltre una giornata per fare poco più di 150 chilometri ed erano a soli 25 dal villaggio di Bala Murghab, sul fiume omonimo.
Negli ultimi mesi questa zona è diventata sempre più rovente. A contrastare l’Isaf nella regione non c’è solo un nucleo di Taliban irriducibili: ci sono i trafficanti che vogliono avere massima libertà  sulla Ring road – unica arteria che collega l’intero Afghanistan – ma soprattutto sul confine con il Turkmenistan. Questa frontiera è diventata più importante dopo che il regime di Teheran ha deciso di usare mano pesante con i trafficanti di droga, condannando a morte numerosi cittadini afgani trovati in possesso di eroina. Diventata impraticabile la strada iraniana, il meno rigido Turkmenistan sembra diventato l’alternativa preferita dai contrabbandieri. Ed è vicino a quella frontiera che si combatte di continuo: da una parte chi porta eroina e torna con un carico d’armi, dall’altra soldati afgani e truppe occidentali, impegnate a ristabilire il controllo del governo di Kabul.
La strada per l’ex cotonificio diventato base avanzata è una mulattiera che si snoda fra le alture in una vasta zona desertica, inospitale e poco abitata: il controllo completo del territorio è molto difficile, Taliban e “insorti” attaccano i convogli dell’Isaf sui percorsi obbligati con bombe stradali telecomandate. Per azionarle basta un sistema rudimentale basato su telefoni cellulari, contro di esse la difesa aerea è quasi inutile.
Stavolta “San Lince” non ce l’ha fatta: le corazzature del blindato Vtlm non sono bastate a salvare i due militari, né è servito il disegno a “V” del pianale, concepito per deviare la forza delle esplosioni. «Quando le cariche sono potentissime, la protezione perfetta non esiste», sintetizza un veterano di Bala Murghab: «La storia degli apparati militari è sempre stata un inseguimento fra attacco e difesa, fra lancia e scudo. Più robusto era lo scudo, più affilata e lunga doveva diventare la lancia, e via di seguito». Probabilmente nemmeno la corazza dei Freccia, i nuovissimi blindati ormai in partenza per l’Afghanistan, avrebbe potuto garantire protezione in più.
Ora la radiofonista, con lesioni alle vertebre, è nell’ospedale americano di Bagram: presto potrebbe essere trasferita nella base Usa di Ramstein, dove ci sono chirurghi specializzati in questo genere di ferite. Il mitragliere Sciré potrebbe essere al Celio già  nei prossimi giorni.

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