Due scienziati accusano “Falsi i dati del Pentagono lo scudo non funziona”

La denuncia sul New York Times. La Difesa: “Tesi fuorvianti”
Tutta la strategia di Obama si fonda sulla fiducia nel funzionamento dei sistemi anti-missile

ARTURO ZAMPAGLIONE - La Repubblica Sergio Segio • 19/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 174 Viste

NEW YORK – Per contrastare un eventuale attacco missilistico iraniano e proteggere Israele nel caso che Teheran acquisisca un arma nucleare, la Casa Bianca punta su una nuova generazione di difese antimissilistiche. «Sistemi d’arma efficaci e di provata affidabilità », ha assicurato Obama nel settembre scorso riferendosi agli SM-3, i missili di breve e media gittata capaci, secondo il Pentagono, di intercettare e neutralizzare i vettori nemici.
Ora, però, due illustri scienziati del Mit e della Cornell University, Theodore Postol e George Lewis, mettono in discussione i risultati degli esperimenti condotti dai militari. «Non è vero che gli SM-3 sono stati in grado di distruggere l’84 per cento dei missili in arrivo, come sostiene il Pentagono», spiega Postol al New York Times. Dall’esame dei fotogrammi dei test, specie quelli trasmessi subito prima dell’impatto, lo scienziato (ed ex-consulente del ministero della Difesa), ha scoperto che nella maggioranza dei casi l’intercettatore ha colpito il corpo del missile e non la testata. E che se si fosse trattato di un vero attacco, quella testata, magari munita di un ordigno nucleare, sarebbe stata semplicemente deviata, colpendo un bersaglio vicino. «È ben diverso – nota Postol con una ironia un po’ macabra – se cade su Wall Street o su Brooklyn: ma non ci sarà  alcun modo di prevederlo».
Il Pentagono ha reagito con fermezza alle insinuazioni sul suo programma antimissilistico. «La tesi dei due scienziati fa acqua da tutte le parti ed è fuorviante», tuona Richard Lehner, portavoce della agenzia per la difesa missilistica, ricordando che dal 2002 sono stati eseguiti 19 esperimenti con gli SM-3, e che in 16 casi si sono conclusi con successo. Una versione riadattata di quel missile – aggiunge – è servita anche per distruggere in orbita un satellite americano per le comunicazioni che era difettoso e che rischiava di cadere sulla Terra.
Al di là  delle difese d’ufficio, i dubbi sulla affidabilità  del SM-3 rischiano di ripercuotersi sulla strategia diplomatica e militare della Casa Bianca. Il piano di riduzione degli arsenali nucleari perseguito da Obama (nella foto) si basa infatti sull’esistenza di sistemi anti-missilistici efficienti. Anche gli scenari per contrastare l’eventuale atomica del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad fanno leva sugli SM-3. Non stupisce, quindi, che al Congresso comincino a nascere alcuni timori sulla reale efficacia della nuova generazione di intercettori. «È un problema che abbiamo il dovere di analizzare a fondo», osserva il deputato democratico John Tierney.

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