Emergency: “In Afghanistan solo noi lavoriamo in sicurezza”

L’organizzazione illustra al Senato la sua attività . Cardi: “Curiamo tutti, senza alcuna distinzione, e ci occupiamo delle persone, guarire il trauma significa non solo evitare la morte, ma anche trattare le diverse forme di disabilità ”

Redattore sociale Sergio Segio • 18/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 250 Viste

 

ROMA – “In Afghanistan, Emergency è l’unica organizzazione non governativa che lavora in sicurezza in zona di guerra”: così Maurizio Cardi, ricercatore presso il Dipartimento di chirurgia P. Valdoni dell’Università  La Sapienza di Roma, parla del ruolo della ong nel paese asiatico nel corso del convegno “Gratuità  e qualità  delle cure: il progetto Emergency”. Per Cardi il motivo sta nel fatto che “tale intervento è di qualità  ed è gratuito”, oltre che per il fatto che “le strutture sono pulite e autosufficienti, benchè con poco budget”. Emergency opera in sicurezza “perchè cura tutti, senza distinzioni fra civili e soldati, hazara e tagiki, cristiani e mussulmani, ricchi e poveri, e perché forma attraverso il training on the job gli operatori e i medici locali”.

Trent’anni di conflitti hanno portato un milione e mezzo di morti nel paese, con oltre 5 milioni di profughi e 3 milioni di amputati: il centro di chirurgia di Lashkargah, nel sud dell’Afghanistan, nato come strumento di aiuto alle vittime civili, si sviluppa sulla base della convinzione, che poi è anche un dato dell’Organizzazione mondiale della sanità  (Oms), che la longevità  dipende solo per il 15% dalla presenza di strutture sanitarie nel territorio. “La longevità  – afferma Cardi – dipende più dalla condizione di pace che vivono i territori. Nel caso afgano, alla guerra va aggiunta la violenza: il trend tra il 1990 e il 2020 è un aumento dei cosidetti traumi”.

Ma ha un senso la chirurgia in Afghanistan? “La letteratura sanitaria internazionale – spiega il ricercatore – ci dice di sì: i servizi chirurgici di base devono essere gratuiti ed associati al pubblico, soprattutto nei paesi poveri. Pensiamo che il ‘trauma’, ovvero il danno alla persona, provoca 5 milioni di morti l’anno. Curare il trauma significa non solo evitare la morte del paziente, ma anche ‘trattare’ le diverse forme di disabilità  cronica da esso derivanti”. Attivo dal 2004, progetto triennale, anche il centro di chirurgia di Lashkargah, nella regione dei Helmand, è in rete con altre strutture sanitarie: in Afghanistan, infatti, Emergency ha attivato 3 ospedali, ma anche 30 punti di primo soccorso, per un totale di quasi due milioni di viste ambulatoriali (1.867.776). Con una spesa annuale di gestione che si aggira intorno al milione e mezzo di euro l’anno, il centro di chirurgia di Lashkargah ad oggi ha avuto un costo di otto milioni e mezzo di euro, per un totale di 60mila persone visitate, 11mila ricoveri e oltre 13 mila interventi chirurgici. “Non so – conclude Cardi – cosa e come valutare se è stato fatto bene o male, se è sufficiente, ma credo che l’equità  nelle cure, che passa dalla loro gratuità  e dalla loro qualità , permette oggi alle persone che vivono a Helmad e in Afghanistan di avere oggi altre aspettative”. (eb)

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