FRANCIA. Contro la riforma delle pensioni 1 milione in piazza

Cioè, un numero maggiore di partecipanti dell’ultima giornata di cortei, il 23 marzo scorso. Una partecipazione in linea con i sondaggi, che segnalano che il 62% dei francesi è pronto a mobilitarsi contro la riforma che il governo sta preparando e che verrà  presentata in Consiglio dei ministri il 13 luglio e dibattuta in parlamento dal 7 settembre prossimo. Per evitare un’esplosione della piazza, il governo ha sminato il terreno prima della giornata di mobilitazione, assicurando che, per il momento, non verranno toccati i «regimi speciali» (ferrovie, trasporti urbani parigini, etc), già  ritoccati in parte con la riforma Fillon del 2003. Per questo motivo, la partecipazione allo sciopero è stata modesta: poco nelle ferrovie e nei trasporti, ma il 30% nella scuola.
«Oggi è una giornata molto importante – ha commentato la segretaria del Pcf, Marie-George Buffet – ma abbiamo giorni e settimane per agire e mobilitarci». Un avvertimento che era in tutte le teste ieri. Il corteo parigino era preceduto da uno striscione: «Insieme agiamo per l’occupazione, i salari, le condizioni di lavoro e le pensioni». Era organizzato da cinque sindacati – Cgt, Cfdt, Cftc, Unsa, Fsu e Solidaires – mentre non ha aderito Force ouvrière (che organizza una giornata di sciopero il 15 giugno concentrata sulle pensioni) e la Cgc, il sindacato dei quadri, che non si sentono nel mirino.
Sarkozy ha cercato di politicizzare la riforma delle pensioni, trasformandola in un chiaro scontro destra-sinistra. Il presidente, in vista delle presidenziali del 2012, vuole ritrovare il clima di scontro tra schieramenti, sperando di compattare il proprio campo. Sarkozy ha accusato Mitterrand, morto da quindici anni, di avergli complicato la vita con la pensione a 60 anni. L’età  legale del pensionamento è posta al centro della discussione, perché Sarkozy spera di mettere i socialisti all’angolo, accusandoli di «arcaismo» nella difesa di un diritto che non avrebbe più senso grazie all’aumento della speranza di vita. Ma la manovra non sta funzionando. Non perché i francesi rifiutino il «buon senso» della necessità  dell’aumento dell’età  pensionabile. Tutti sanno che chi ha fatto studi lunghi deve lavorare già  oggi oltre i 60 anni per avere una pensione piena e rispetare i 40,5 anni di contributi obbligatori. Ma quello che indigna è la malafede della riforma, la sua ingiustizia, che fa gravare tutto il peso del risanamento dei conti (32 miliardi di deficit oggi, 40 nel 2020 e un centinaio nel 2050) sulle spalle dei più deboli. Cioè delle persone che hanno cominciato a lavorare presto e che, già  oggi, lavorano ben di più dei 40,5 anni legali per poter andare in pensione a 60 anni, dopo aver svolto lavori usuranti, con una speranza di vita inferiore ai quadri.


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