Il bluff della soia buona

I germogli, il “latte”, il “formaggio”, gli “hamburger” a base di soia – per non dire dei dolci e della crema di cioccolato – sono nutrienti e sarebbero economici se non fosse per le solite speculazioni sui prodotti “alternativi”. Non solo: dal suo olio si possono ricavare fra l’altro inchiostri alternativi a quelli basati sulla petrolchimica (200 milioni di litri di petrolio servono ogni anno a produrre l’inchiostro per le stampanti nei soli Usa). Insomma, la soia potrebbe essere davvero “responsabile” da un punto di vista ambientale e sociale. Attualmente le colture di soia non lo sono affatto. 
Fra due settimane, a Sao Paolo in Brasile, paese grande produttore di mangimi e agrocarburanti nonché massimo esportatore di carne nutrita a panelli di soia, si terrà  la quinta conferenza della Round Table on Responsible Soy (Rtrs), uno sforzo messo in atto dai produttori per lanciare, fra l’altro al mercato europeo, il marchio “soia responsabile”. Non ci stanno le reti internazionali Food and Water Europe, Friends of the Earth International e Global Forest Coalition, insieme al Corporate Europe Observatory e ad altre organizzazioni, che denunciano il tentativo di lavanderia verde della soia geneticamente modificata coltivata su larga scala, sostenendo che un simile “marchio” aggraverà  i problemi provocati da questo settore anziché offrire soluzioni. I motivi sono tanti. I principi guida del marchio sono insufficienti e contraddittori: si certifica anche la soia transgenica resistente al famigerato glifosato, e si trascura il fatto che l’applicazione di erbicidi come quest’ultimo sta portando fra gli altri problemi a una tale resistenza da dover richiedere l’applicazione di “alternative” come la 2,4 D, una componente dell’agente orange. Anche se alcuni progetti dell’Rtrs comprendono piccole coltivazioni, la maggior parte della soia “responsabile” continuerà  a essere su larga scala e con grande impiego di pesticidi. 
Inoltre i criteri della Rtrs, silenziosi quanto ad applicazione e monitoraggio, non evitano la deforestazione: non solo la soia “responsabile” può essere coltivata su terreni deforestati fino a maggio 2009, ma anche su disboscamenti futuri; basterà  fornire “prove scientifiche” che non si trattava di foreste primarie o di aree di elevato valore e che le terre delle popolazioni locali non ne soffrano pregiudizio. La soia “responsabile” si accredita benefici climatici, ma continuerà  a fornire mangimi per allevamenti insostenibili, e agrocarburanti che un’intensa lobby multinazionale cerca di accreditare a livello europeo, nel quadro della Direttiva sulle rinnovabili che contiene l’assai discusso obiettivo del 10% di agrocarburanti. 
Non finisce qui: l’Rtrs si definisce una “iniziativa internazionale plurisoggettuale”. In realtà  essa non riceve alcun appoggio dall’agricoltura familiare e sostenibile o dai movimenti sociali europei o statunitensi, e d’altro canto è ampiamente criticata dalle organizzazioni ecosociali dei paesi produttori. E anche Aprosoia e Abiove, due grandi produttori brasiliani di soia industriale hanno voltato le spalle al marchio: loro non accettano la pur moderatissima clausola contro la deforestazione.


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