Il declino della Spagna non spaventa i migranti

EUROPA IN CRISI Gli immigrati che hanno contribuito al «miracolo» economico rimangono il 12% della popolazione. Ma a loro è già  stato tagliato il fondo d’integrazione mentre i diritti conquistati vengono messi in discussione
Il premier Zapatero offre incentivi al rimpatrio per i senza lavoro Ma gli stranieri restano, nonostante la disoccupazione alle stelle

Maurizio Matteuzzi - il manifesto Sergio Segio • 21/5/2010 • Internazionale • 189 Viste

MADRID
La grande crisi spagnola ha segnato «la fine del ciclo» espansivo che aveva fatto del paese iberico un «modello» molto invidiato sul piano economico e sociale (oltre che politico) e che, fra i suoi effetti, negli ultimi 15 anni ha prodotto la moltiplicazione, per dieci, del numero degli immigrati. Erano 500 mila nel ’96, sono 5.7 milioni oggi, il 12.2% dei 47 milioni di abitanti.
Ancora 5.7 milioni: nonostante la crisi profonda dell’economia che ha chiuso il 2009 con una recessione del 3.6% e chiuderà  in rosso anche il 2010 (meno 0.3-0.5%, o forse anche peggio dopo il tremendo piano di austerità  lanciato da Zapatero il 12 maggio scorso). Nonostante la disoccupazione che colpisce 4.6 milioni di lavoratori, il 20% della popolazione attiva, e diventa il 30% per gli immigrati. E nonostante gli incentivi economici a tornarsene a casa «offerti» dal governo Zapatero nel 2008, dopo un cambio radicale della sua lodatissima, da sinistra, e criticatissima, da destra, politica sull’immigrazione (la riforma della «Ley de Extranjerà­a», che implicava la regolarizzazione di centinaia di migliaia di sans papier, entrò in vigore nel febbraio 2005). A partire dal luglio di quell’anno, il premier socialista lanciò la proposta agli immigrati regolari che avevano perduto il lavoro, di lasciare «volontariamente» la Spagna in cambio della riscossione immediata in due tranches (il 40% prima di partire e il 60% una volta ritornati nei loro paesi) di tutti i sussidi di disoccupazione accumulati.
Secondo il ministro del lavoro e dell’immigrazione, il socialista Celestino Corbacho, la proposta interessava più di un milione di lavoratori stranieri, la metà  dei 2.2 milioni legalmente residenti in Spagna. Ma la contropartita di quei soldi, pochi, maledetti e subito, era troppo costosa: chi sceglieva di partire «volontariamente» doveva rinunciare al permesso di soggiorno e di lavoro e si doveva impegnare a non tornare per almeno 3 anni. Così alla fine gli immigrati che accolsero la «offerta» furono pochi. Meglio restare in Spagna con la sua crisi nera e la disoccupazione galoppante, magari in condizione di clandestini, che il ritorno in Ecuador o in Romania o in Marocco.
Le cifre appena pubblicate dall’Ine, l’«Instituto nacional de estadà­stica», lo confermano. La crisi economica ha frenato, dalla fine del 2008, l’arrivo di nuovi flussi migratori ma non ha prodotto, nel drammatico 2009, alcuna variazione sensibile nel numero degli immigrati presenti in Spagna. Alla fine dell’anno scorso gli stranieri erano sempre 5.7 milioni e sempre il 12.2% della popolazione. Se nel corso del 2009 se ne sono andati in 400 mila (probabilmente, in buona parte, quelli che hanno accolto l’offerta di Zapatero), 450 mila sono arrivati, 50 o 60 mila in più che nel 2008, secondo i dati dell’«empadronamiento», il sistema spagnolo che consente anche agli immigrati irregolari di registrarsi nell’anagrafe – il «padrà³n» – del municipio di residenza e il diritto alla sanità  e all’educazione.
A fine 2009, secondo l’Ine, c’erano in Spagna 30 mila rumeni e 30 mila marocchini in più rispetto al 2008, e 26 mila ecuadoriani in meno. Però, a parte il caso dei rumeni che essendo dal 2007 la Romania uno dei 27 paesi dell’Unione europea, non hanno impedimenti legali all’entrata, è probabile che in realtà  il numero degli immigrati di origine marocchina e ecuadoriana sia maggiore per via dell’acquisizione della cittadinanza (nel 2008 furono 25 mila gli ecuadoriani e 8 mila i marocchini divenuti spagnoli). Questi numeri ufficiali riflettono le diverse strategie degli immigrati comunitari e di quelli extra-comunitari di fronte alla crisi senza cedere alle lusinghe di andarsene. Come spiegava l’altro giorno il sociologo Antonio Izquierdo sul quotidiano Pàºblico, propensi gli uni – i rumeni – a farsi raggiungere in Spagna dai familiari più «impiegabili» sul mercato del lavoro per quanto depresso esso sia, gli altri – gli ecuadoriani – a rimandare a casa i componenti della famiglia meno «collocabili«. Che in questo caso, capovolgendo l’immagine tradizionale, potrebbero essere i mariti e i figli mentre le mogli, a cui è più facile trovare un lavoro come donne di servizio, sarebbero quelle destinate a restare. Per guadagnare i soldi da mandare a casa.
Nel 2003, in piena bonanza economica, le rimesse degli immigrati, secondo cifre fornite dal ministero dell’economia, ammontarono a 3 miliardi 475 milioni di euro e nel 2007, l’ultimo anno prima della grande crisi, toccarono gli 8 miliardi 269 milioni di euro. Poco meno dell’1% del pil spagnolo.
Il solito discorso: gli immigrati, i clandestini non meno dei regolari, hanno poderosamente contribuito al «miracolo economico» spagnolo, a gonfiare il portafoglio strabordante dei palazzinari (su cui quel «miracolo» argilloso era fondato), a «flessibilizzare» il mercato del lavoro (sia quello formale sia quello nero) e tenere bassi i salari, a rendere attivi i conti della previdenza sociale (con i loro contributi), perfino a far uscire la Spagna dalla sua crescita demografica zero.
Ma ora anche quel «modello di integrazione» che aveva fatto piovere tanta ammirazione sulla Spagna di Zapatero è saltato e, per evitare il peggio, bisogna trovarne al più presto un altro. Un modello, o più semplicemente una proposta politico-sociale, capace di impedire il fallimento scolastico dei giovani immigrati di seconda e terza generazione, di offrire loro un lavoro decente, di prosciugare il brodo di coltura in cui potrebbero esplodere le tensioni razziali o religiose, come nelle banlieu di Parigi.
Qui in Spagna, dice Joaquà­n Arango, presidente del «Foro para la integracià³n de los inmigrantes», organo consultivo anche del ministero dell’immigrazione, la popolazione autoctona ha reagito con un buon grado di «maturità » al massiccio arrivo di stranieri e non ci sono stati, finora, fenomeni di violenza come quelli di Rosarno in Italia o di intolleranza come nella Svizzera che proibisce i minareti. Non si può parlare, ancora, «di xenofobia o razzismo» ma è indubbio che «i sentimenti anti-immigrati» abbiano ormai «un peso considerevole».
Spinto dalle pressioni «dei mercati» e dell’Unione europea a tagliare da tutte le parti nel tentativo di rimettere a posto i conti pubblici, il governo Zapatero ha ridotto anche, da 100 a 70 milioni di euro, il «Fondo de integracià³n». Si comincia a mettere in discussione il civilizzato e umano sistema di «empadronamiento», con i relativi diritti per gli immigrati irregolari, e qua e là , in Comuni minori (generalmente ma non sempre) governati dal Partido popular, l’opposizione di destra, compaiono petizioni popolari con su scritto «no queremos los rumanos», non vogliamo i rumeni.
Per fortuna l’iniziativa del sindaco di Vic, la località  della Catalogna governata da CiU – Convergencia i Unià³, la destra catalanista liberal-conservatrice-cattolica – che mesi fa decise di impedire il «padrà³n» per gli immigrati irregolari, è stata stroncata sul nascere e ha dovuto rientrare. Però anche qui, nella Spagna marcata non solo dai lontani splendori di Al-Andalus ma da una presenza musulmana attuale e consistente, s’inizia a discutere, come nella Francia di Sarkozy, sulla liceità  del velo e una bambina è stata cacciata da una scuola pubblica perché lo indossava.
La grande crisi ha ferito probabilmente a morte l’immagine politica di Zapatero e ha seriamente incrinato le basi del «miracolo economico» spagnolo. Non c’è molto tempo per evitare che ricaschi perversi si facciano sentire sui diritti di cittadinanza e la coesione sociale.

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