Il gelo degli imprenditori sul Cavaliere “dimezzato”

È bastato lo slogan del partito «nonbastista» recitato a più riprese da Emma Marcegaglia nella sala dell’Auditorium di Renzo Piano dedicata a Santa Cecilia Martire a rendere insolitamente domo Silvio Berlusconi.

Il premier parla a una platea di «colleghi» imprenditori per la prima volta perplessi se non disincantati di fronte al suo pacato pallore oratorio. La manovra tremontiana è corretta, va bene per rallentare la spesa e arginare l’evasione «ma non basta», ha ripetuto come un mantra Emma, forse inconsapevolmente replicando il classico topos «benaltrista» del vecchio Partito comunista italiano («Ci vuole ben altro», risuonava spesso alla fine dei Comitati centrali) sullo sfondo del Politburo confindustriale nel quale per la prima volta, tra gli anziani, spiccava, l’esile figura del giovane John Elkann.

Come stanco del solito copione dell’ottimismo a tutti i costi, quasi spento, il premier ha «regalato» a Emma il discorso scritto e ha tentato quel che di solito gli viene meglio: la divagazione forte e spiazzante, capace fin qui di infiammare le conformiste platee confindustriali. Arrabbiato era arrabbiato, mentre Emma parlava, si agitava sulla sedia e sbuffava: ma che vogliono, gli abbiamo dato tutto, la manovra l’abbiamo fatta con loro. Ma stavolta è come se l’adrenalina l’avesse tradito o se la sintonia con una parte importante del suo popolo avesse subìto un improvviso vulnus ai tempi della crisi globale. La manovra di Tremonti nasce con la Confindustria, con la Cisl e la Uil, ma da imprenditore e da presidente del Consiglio – garantisce un premier terreo, ma composto e verbalmente misurato – so che «non basta».

Sottoscrive a malincuore il «nonbastismo» confindustriale. Per questo ha offerto a Emma il ministero delle Attività  produttive, che Scajola ha dovuto lasciare travolto dalle imprese della Cricca. «Se la volete ministro alzate la mano». E qui si consuma forse, nel deserto di tre braccia timidamente sollevate in una sala popolata di tremila anime, la fine di un’epoca. Quella che da Vicenza in poi vide consessi frementi applaudire al tempo stesso critiche motivate e apodittiche affermazioni di inesistenti successi lanciate dal premier.

Gelo sul tavolo del Politburo, sguardo verso le scarpe in prima fila del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che aveva applaudito ripetutamente la relazione marcegagliesca, mentre ironizza in milanese stretto Fedele Confalonieri. Si compiace per la generosa proposta presidenziale soltanto Paolo Scaroni, regnante sull’Eni, ma alla ricerca di nuova collocazione e forse, in qualche ambulacro dell’Auditorium, Paolo Romani, detto «il sottosegretario di famiglia», non solo per la cura delle televisioni, ma anche perché assessore al comune di Monza, dove si occupa della valorizzazione dei terreni della famiglia Berlusconi, il quale spera di succedere a Scajola.

Interessanti quelle tre isolate mani sollevate nell’immenso Auditorium mentre il premier decreta «allora non ve la potete prendere con quei poveracci che stanno al governo» e invita i presenti a leggere il libro «Il governo del fare». Il più evidente sobbalzo berlusconiano, braccio a braccio in prima fila con Luca Montezemolo, era stato quando la presidente, osando dubitare della mistica del fare, aveva scandito: «Se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi e divisioni, all’impotenza si chiuderebbe nell’insuccesso la lunga promessa di una politica del fare». Per il resto erano scivolati via solo con qualche sbuffo di fastidio i cento «Non basta». Non bastano il rafforzamento del fondo di garanzia, la moratoria sui mutui, i tavoli con il sistema bancario, il fondo per la capitalizzazione delle piccole e medie imprese. Non basta mettere in ordine i conti pubblici senza riforme strutturali. Non bastano le liberalizzazioni nel commercio e nelle professioni, tema sul quale Emma evoca addirittura «un’opposizione dura», con la Confindustria che non esiterà  a «mettersi di traverso». Non basta neanche la sforbiciata data ai costi della politica, «soltanto un buon inizio». E – figurarsi – non basta neanche lo pseudofederalismo tremontian-leghista. Emma comunque non va e non ha mai pensato per un momento di andare con Berlusconi. Perché i suoi non la lasciano, nonostante le frizioni interne nascoste con voti bulgari, o perché questo governo «non basta»?

E’ come se nella Sala Santa Cecilia l’antipolitica abbia cominciato a scalfire persino l’icona dell’imprenditore-politico che ne ha fatto il «teatrino» di tutte le nefandezze, proponendosi come l’alternativa imprenditoriale. In due ore di banali filmini amatoriali (ma quanti soldi hanno assorbito dei 506 milioni che costa ogni anno la burocrazia confindustriale?), di rievocazioni storiche del simpatico professor Valerio Castronovo, nei dieci minuti di pallida performance del premier deluso dal suo popolo d’elezione, l’unica vera ovazione è scattata quando la presidente ha detto: «La politica dà  occupazione a troppa gente ed è l’unico settore che non conosce crisi o cassa integrazione». E subito ci ha collegato un appello: «Nessuna fornitura e appalto deve più avvenire senza una gara pubblica. Basta con lavori e commesse ad amici e compari a prezzi gonfiati». Difficile scorgere l’espressione del sottosegretario Gianni Letta, campione con Guido Bertolaso dei «Grandi eventi». Ma come sempre sarà  stato sorridente e pensoso.

Presa dal «nonbastismo», Emma ha dismesso ieri il «qualchecosismo», come lo chiamava Francesco Saverio Nitti, riferendosi a quelli che comunque «bisogna fare qualcosa». A Berlusconi non è andata proprio giù. Ora si accettano scommesse sul solito convegno dei Giovani a Santa Margherita Ligure fra due settimane. Gira voce che ci sarà  il presidente Giorgio Napolitano, ma che il presidente Berlusconi, deluso, diserterà  i nipotini ingrati.


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