Il nemico nell’era Obama

Bill Clinton, presidente all’epoca delle bombe a Oklahoma City del 1995, non aveva mai fatto cenno ad una minaccia interna. Il suo successore, George W. Bush, ne parlava di sfuggita in un documento pubblicato nel 2006, al suo secondo mandato. Ora le cose sono cambiate, specie dopo il massacro nella base militare di Fort Hood, dove un soldato di origine palestinese ha ammazzato 13 commilitoni, e dopo la bomba che sarebbe dovuta esplodere a Times Square, preparata da un un pakistano che viveva in Connecticut e aveva la cittadinanza americana.
«Abbiamo visto un numero sempre maggiore di individui, qui negli Stati Uniti, attratti da attività  o cause estremiste – ha detto John Brennan, uno dei responsabili dell’anti-terrorismo alla Casa Bianca -. Abbiamo visto individui, compresi cittadini americani, armati del loro passaporto, viaggiare facilmente nei santuari dei terroristi e tornare poi in America, i loro piani letali sono stati distrutti da attente attività  di indagine e polizia».
Insomma, in questa una nuova era la minaccia non prende solo la forma di «attacchi coordinati e sofisticati in stile 11 settembre – continua Brennan -: il nostro nemico adatta e sviluppa le sue tattiche, di conseguenza anche noi dobbiamo costantemente adattare ed sviluppare le nostre, certo senza precipitarci, ma in maniera ragionata, per migliorare la nostra sicurezza delegittimando le azioni del nostro nemico».
Il responsabile della Casa Bianca, infine, ha sottolineato che le corti civili rimangono lo strumento primario per processare i presunti terroristi, a differenza delle commissioni militari installate da Bush. E per arginare la minaccia terroristica Washington punterà  ad iniziative nelle comunità  dove potrebbe attecchire l’ideologia di Al Qaeda.
L’organizzazione di Osama bin Laden, comunque, rimane nel mirino Usa: si continuano a prevedere operazioni in Afghanistan, Pakistan e altrove. Il documento sottolinea che la battaglia è contro Al Qaeda, non contro l’islam.
La lotta al terrorismo, comunque, non deve essere l’obiettivo principale degli Stati Uniti. Anzi, sottolinea il presidente, «sono solo un elemento del nostro impegno strategico, esso non può definire l’impegno degli Stati Uniti nel mondo». L’America è «stata indurita dalla guerra» e «punita da una una devastante crisi economica». «L’onere di un secolo giovane – si legge nel documento di 52 pagine – non può cadere soltanto su spalle americane» anche se «i nostri avversari vorrebbero vedere l’America fiaccata dalla necessità  di aumentare la potenza».
Il principale estensore del rapporto, Ben Rhodes, sottolinea l’intenzione di Obama di puntare sempre meno sul G8 e sempre più sui G20, includendo Cina, India e Brasile, «allargando il circolo di attori responsabili».
Sul nucleare, si ribadisce il sogno obamiano di un mondo senza armi atomiche, e si continuano a puntare i riflettori su Iran e Corea del Nord, e sulle loro ambizioni atomiche. Sul Medio Oriente, si auspica una risoluzione del conflitto arabo-israeliano, nodo che rimane «uno dei più grandi interessi degli Stati Uniti». Si parla poi di minacce che arrivano dal cyberspazio, di cambiamento climatico, della dipendenza americana dal petrolio, tutti argomenti affrontati marginalmente mandati di Bush.
Nel documento si sottolinea come, per garantire la sicurezza americana, sia necessaria anche la riduzione del deficit e maggiore attenzione a istruzione e scienza, perché «la nostra sicurezza nazionale inizia a casa», dicono alla Casa Bianca.
Gli storici, forse, prenderanno in prestito un’espressione suggestiva contenuta nella national security strategy, il concetto di una «new foundation»: fondare nuovamente gli Stati Uniti, su nuove basi.
Il documento, in effetti, è una sorta di matrice ideologica con la quale si possono prevedere le azioni degli Stati Uniti negli anni a venire. Nella strategia presentata da Bush nel 2002, per esempio, si prevedeva di fermare gli «stati canaglia». Un anno dopo, arrivò l’invasione in Iraq. NEW YORK
Il nemico è tra noi, «qui a casa». Gli Stati Uniti mettono nero su bianco le proprie paure, le «minacce alla sicurezza nazionale», e disegnano una nuova strategia per affrontarle. Ieri Barack Obama ha presentato la cosiddetta «national security strategy», documento che ogni presidente deve illustrare al Congresso e alla nazione. Per la prima volta, la strategia pone enfasi sugli «individui radicali qui a casa». Nei documenti precedenti la paura era tutta proiettata verso l’esterno: Afghanistan, Pakistan, organizzazioni terroristiche, «stati canaglia».
Bill Clinton, presidente all’epoca delle bombe a Oklahoma City del 1995, non aveva mai fatto cenno ad una minaccia interna. Il suo successore, George W. Bush, ne parlava di sfuggita in un documento pubblicato nel 2006, al suo secondo mandato. Ora le cose sono cambiate, specie dopo il massacro nella base militare di Fort Hood, dove un soldato di origine palestinese ha ammazzato 13 commilitoni, e dopo la bomba che sarebbe dovuta esplodere a Times Square, preparata da un un pakistano che viveva in Connecticut e aveva la cittadinanza americana.
«Abbiamo visto un numero sempre maggiore di individui, qui negli Stati Uniti, attratti da attività  o cause estremiste – ha detto John Brennan, uno dei responsabili dell’anti-terrorismo alla Casa Bianca -. Abbiamo visto individui, compresi cittadini americani, armati del loro passaporto, viaggiare facilmente nei santuari dei terroristi e tornare poi in America, i loro piani letali sono stati distrutti da attente attività  di indagine e polizia».
Insomma, in questa una nuova era la minaccia non prende solo la forma di «attacchi coordinati e sofisticati in stile 11 settembre – continua Brennan -: il nostro nemico adatta e sviluppa le sue tattiche, di conseguenza anche noi dobbiamo costantemente adattare ed sviluppare le nostre, certo senza precipitarci, ma in maniera ragionata, per migliorare la nostra sicurezza delegittimando le azioni del nostro nemico».
Il responsabile della Casa Bianca, infine, ha sottolineato che le corti civili rimangono lo strumento primario per processare i presunti terroristi, a differenza delle commissioni militari installate da Bush. E per arginare la minaccia terroristica Washington punterà  ad iniziative nelle comunità  dove potrebbe attecchire l’ideologia di Al Qaeda.
L’organizzazione di Osama bin Laden, comunque, rimane nel mirino Usa: si continuano a prevedere operazioni in Afghanistan, Pakistan e altrove. Il documento sottolinea che la battaglia è contro Al Qaeda, non contro l’islam.
La lotta al terrorismo, comunque, non deve essere l’obiettivo principale degli Stati Uniti. Anzi, sottolinea il presidente, «sono solo un elemento del nostro impegno strategico, esso non può definire l’impegno degli Stati Uniti nel mondo». L’America è «stata indurita dalla guerra» e «punita da una una devastante crisi economica». «L’onere di un secolo giovane – si legge nel documento di 52 pagine – non può cadere soltanto su spalle americane» anche se «i nostri avversari vorrebbero vedere l’America fiaccata dalla necessità  di aumentare la potenza».
Il principale estensore del rapporto, Ben Rhodes, sottolinea l’intenzione di Obama di puntare sempre meno sul G8 e sempre più sui G20, includendo Cina, India e Brasile, «allargando il circolo di attori responsabili».
Sul nucleare, si ribadisce il sogno obamiano di un mondo senza armi atomiche, e si continuano a puntare i riflettori su Iran e Corea del Nord, e sulle loro ambizioni atomiche. Sul Medio Oriente, si auspica una risoluzione del conflitto arabo-israeliano, nodo che rimane «uno dei più grandi interessi degli Stati Uniti». Si parla poi di minacce che arrivano dal cyberspazio, di cambiamento climatico, della dipendenza americana dal petrolio, tutti argomenti affrontati marginalmente mandati di Bush.
Nel documento si sottolinea come, per garantire la sicurezza americana, sia necessaria anche la riduzione del deficit e maggiore attenzione a istruzione e scienza, perché «la nostra sicurezza nazionale inizia a casa», dicono alla Casa Bianca.
Gli storici, forse, prenderanno in prestito un’espressione suggestiva contenuta nella national security strategy, il concetto di una «new foundation»: fondare nuovamente gli Stati Uniti, su nuove basi.
Il documento, in effetti, è una sorta di matrice ideologica con la quale si possono prevedere le azioni degli Stati Uniti negli anni a venire. Nella strategia presentata da Bush nel 2002, per esempio, si prevedeva di fermare gli «stati canaglia». Un anno dopo, arrivò l’invasione in Iraq.


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