Il pugno della Merkel

IL CRACK Svolta «anti-mercatista» della Germania: bloccate le short selling su obbligazioni pubbliche e banche. Le borse, che temono altri limiti alla «libera speculazione» tracollano in tutto il mondo. Ma sotto tiro resta la spesa pubblica dei diversi stati; a rischio il «modello sociale europeo» CRISI Berlino vieta le «vendite allo scoperto» sui titoli di stato europei e sulle banche tedesche

Alberto D'Argenzio - il manifesto Sergio Segio • 20/5/2010 • Europa • 257 Viste

BRUXELLES
«L’euro è in pericolo», ammoniva ieri mattina Angela Merkel di fronte alla platea del Bundestag. Passano pochi minuti e la moneta unica scende ancora fino a toccare il livello più basso dall’aprile 2006: 1,2144 sul dollaro. Solo 10 giorni fa i ministri delle finanze partorivano un meccanismo di salvataggio per l’euro e le sue economie più fragili da 750 miliardi. Le borse avevano subito festeggiato. Oggi sembra tutto così lontano: i paesi dell’eurogruppo non riescono a mettersi d’accordo sul funzionamento del fondo miliardario, tanto che domani i loro ministri si troveranno di nuovo a Bruxelles per provare a sbrogliare la matassa. Ma intanto la Germania muove i suoi pezzi sulla scacchiera, vietando le «vendite allo scoperto» sui titoli di stato europei e su una serie di banche tedesche. Autodifesa armata, insomma.
«È la prova più difficile per l’Europa da diverse decadi», insiste la Merkel da Berlino, «se l’euro fallisce, allora fallisce anche l’Europa». A Roma c’è invece un premier che a dispetto di tutto predica ancora «ottimismo» per la salute del paese, della moneta unica e pure della Ue. «Nel primo trimestre l’export è cresciuto del 17% – ha detto Berlusconi – e la svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro favorisce le nostre esportazioni». Opinioni diverse su una crisi che si fa sempre più difficile e complessa, ma anche una crisi che sta proiettando la Germania ad un ruolo di guardiano d’Europa e che prima o poi, più prima che poi, obbligherà  anche l’Italia a pesanti cure dimagranti. La Merkel si è d’altronde presa ieri il merito di aver obbligato Spagna e Portogallo «ad accelerare il consolidamento fiscale», ricordando poi che l’elevato indebitamento è un problema che tocca l’insieme della Ue, Germania inclusa.
Parole che servono per presentare il suo piatto forte, la riforma del Patto di stabilità , e crearne una terza versione assai più severa. Mettendo in riga tutti. D’altronde la decisione del 2004 di «decaffeinare» il Patto «è stata un grande errore», ricordava sempre la Merkel. E per far capire l’antifona, la cancelliera ha annunciato che in questa riforma chiederà  di tagliare temporaneamente i fondi strutturali e sospendere il diritto di voto, sempre temporaneamente, ai paesi poco virtuosi, a rischio bancarotta.
«Siamo in un cambio di era – spiega al telefono Marko Papic, responsabile per l’Europa di Stratfor, think tank geostrategico statunitense – la Germania sta dando una chance di 5-10 anni ai paesi del sud Europa per rimettere a posto i loro bilanci, per essere più responsabili fiscalmente e solo a questo patto è disposta ad aiutarli. A Berlino – continua – non interessa il sud, ha interesse a sviluppare relazioni con Francia, Benelux, le economie più efficienti e, fuori della Ue, con la Russia. Ai paesi del Mediterraneo non resta che adeguarsi alle indicazioni tedesche, se non vogliono perdere il treno».
Che la Merkel faccia sul serio è chiaro e la prova è il dibattito sul funzionamento del fondo di stabilizzazione. Berlino, assecondata da Amsterdam, pretende di eliminare qualsiasi automatismo dal meccanismo di attivazione delle garanzie bilaterali previste per gli stati in difficoltà  (i 440 miliardi messi sul tavolo il 9 maggio dai paesi dell’eurogruppo). In sostanza vuole che ogni decisione di emettere titoli europei (con rating più alto, quindi più economici, e necessari per comprare i buoni di un paese in crisi) venga approvata all’unanimità  volta per volta e non che ci sia un accordo iniziale che valga per tutte le decisioni, presenti e future. La presidenza spagnola assicura che la maggior parte dei paesi è a favore di un’unica decisione, ma il ministro tedesco Schauble è irremovibile. Condizionando ogni intervento, la Germania può mantenere la pistola puntata alla tempia dei paesi in difficoltà . Di questo si discute domani a Bruxelles. Ma intanto è chiaro che «se vuoi i soldi di Berlino (che è il maggior finanziatore del fondo, ndr), devi pagarli cari, con le riforme», conclude Papic. Ora Berlino sembra più interessata a far capire chi comanda.

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This