Imprese sociali in Italia, il percorso è ancora tutto in salita

ROMA – Un percorso ancora tutto in salita per le imprese sociali in Italia. Secondo uno studio realizzato da Iris Network sono solo 508 quelle iscritte ai registri camerali ai sensi di legge, a fronte di un potenziale di 500 mila (fondazioni, cooperative, etc) . Le ragioni di questo ritardo sono da ricercare da una parte nelle lungaggini burocratiche legate alla pubblicazione dei decreti attuativi della legge 118 del 2005 (pubblicati con oltre due anni di ritardo) e delle linee guida per la realizzazione del bilancio sociale (pubblicato soltanto il 5 febbraio del 2010) ma anche nei pochi vantaggi per le cooperative sociali a cambiare status. Il tema del futuro delle imprese sociali in Italia è stato al centro del convegno nazionale organizzato oggi a Roma da Legacoop sociali. “Molte cooperative sanno già  di esserlo al di là  dei riconoscimenti burocratici-legislativi che per altro non comportano alcun vantaggio- sottolinea Alberto Alberani della presidenza di Legacoopsociali-. Anche i tempi e le burocrazie hanno fatto la loro parte. Ci domandiamo quindi se non è giunto il tempo di identificare veri vantaggi per stimolare le cooperative sociali. Sicuramente se lo status di impresa sociale prevedesse l’accesso a linee di finanziamento nazionali per favorire investimenti immobiliari, sgravi contributivi sul costo del lavoro o agevolazioni fiscali, come l’abolizione dell’Irap, non avremmo così poche imprese sociali”.

Secondo Paola Menetti, presidente di Legacoopsociali per superare questa empasse è necessario che il ruolo delle imprese sociali venga effettivamente riconosciuto. “Noi pensiamo che sia bene che le cooperative sociali si trasformino in imprese sociali. Ma avvertiamo che c’è ancora poca informazione sul come fare- afferma-. Non pensiamo che la legge in materi sia bellissima perché indica come requisiti solo il fatto che ci sia un interesse sociale e che l’impresa non sia a scopo di lucro. A noi interessa invece anche cosa fanno queste imprese e soprattutto come”. Secondo Carlo Borzaga dell’Università  di Trento, però, “nonostante le critiche, la legge resta utile sul piano culturale e istituzionale perché contribuisce a rafforzare un modo diverso di intendere l’impresa”. Ma per la crescita del settore bisogna pensare a nuove strategie di intervento e nuove forme di imprenditorialità  sociale. “Mi pare che le prospettive ci siano, un certo futuro si sta delineando-continua Borzaga- E’ necessario che gli esempi di eccellenza vengano replicati. Ma se la cooperazione sociale vuole mantenere la leadership di tutto il settore allora la strategia deve essere diversa. Perché questo è un settore senza rappresentanza. Serve organizzarsi”. E sul tema della leadership nel Terzo settore è intervenuto anche Stefano Zamagni, presidente dell’agenzia per le Onlus. “Nella cooperazione sociale c’è bisogno di una scuola di un luogo di formazione delle leadership- sottolinea-. Il mondo della cooperazione sociale ha ottimi tecnici ma ci vogliono leader, che pensino e che abbiano una visione più ampia. Le battaglie si vincono non solo con il pensiero calcolante ma con il pensiero pensante. Sul fronte della cooperazione sociale si è andato avanti solo sull’ expertice ma non su altro”. In particolare Secondo Zamagni il mondo della cooperazione sociale deve intervenire di più anche nel dibattito politico “in un momento in cui si parla della riforma del libro primo del codice civile e di una legge del ministro Sacconi per razionalizzare tutta la legislazione del terzo settore”. Anche per Franco Marzocchi, presidente di Aiccon, bisogna “parlare di impresa sociale in termini di convenienza, perché si rischia di favorire un processo che culturalmente riporterebbe questo settore indietro di decenni. Bisogna invece uscire dall’ambito specifico per parlare di impresa sociale relativamente a un nuovo modello di sviluppo economico. (ec)

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