Ken Loach racconta la guerra dei “contractor”

In “Route irish” la denuncia di chi ha trasformato il conflitto iracheno in un affare milionario Protagonista un mercenario in cerca di vendetta per un collega

NATALIA ASPESI - la Repubblica Sergio Segio • 20/5/2010 • Guerre, Armi & Terrorismi • 135 Viste

Cannes
«Il mestiere della guerra si sta privatizzando sotto i nostri occhi, ed è già  un grande affare per tante società  che hanno i loro amministratori delegati e i manager e i creativi e gli impiegati, e forniscono personale specializzato pronto a tutto, con alti stipendi non tassabili e nessun dovere di rispettare la Convenzione di Ginevra». Lo dice Paul Laverty, sceneggiatore di molti film di Ken Loach, e anche di Route Irish arrivato in concorso all’ultimo momento (tanto che la giuria lo ha visto alla proiezione stampa, non essendo ancora fissata quella ufficiale). Insieme, hanno quasi sempre privilegiato nei loro film il mondo degli sfruttati, degli invisibili e dei vinti, i proletari, i disoccupati, gli immigrati, i precari, i clandestini: anche Fergus, (Mark Womack), il protagonista di Route Irish, in fondo è uno sfruttato, un invisibile, un vinto, anche se fa un mestiere ben pagato che gli consente un bell’appartamento di vetro sul fiume.
È infatti un dipendente di quelle famose compagnie militari private che assicurano sorveglianza, protezione e ogni genere di servizio nelle zone di guerra «a bassa intensità », o troppo rischiose dal punto di vista diplomatico o economico per le forze armate convenzionali; negli stati africani, in Afghanistan, in Iraq, dovunque gli eccidi si trasformano in denaro. Fergus è un Private Security Contractor, qualcuno lo definisce «combattente illegittimo», o addirittura «mercenario», è coperto dall’immunità  rispetto alle leggi locali, non dovrebbe uccidere ma potrebbe essere ucciso, come è capitato all’italiano Fabrizio Quattrocchi. Ritorna dall’Iraq la salma del suo amico di infanzia Frankie (John Bishop), che lui ha convinto a diventare contractor, morto in un imboscata sulla strada più pericolosa di Bagdad, quella che porta dall’aeroporto alla green zone, la zona protetta dove vivono le autorità  e i dipendenti delle consulting company. Fergus non crede alla versione ufficiale, e scopre a poco a poco verità  tragiche, vergognose e contraddittorie: un’intera famiglia irachena è stata trucidata e a nessuno importerebbe niente, (almeno un milione di civili iracheni sono morti durante la guerra), se l’incidente non diventasse un impiccio per le compagnie private e per i loro favolosi guadagni.
Dice Laverty: «Mentre i contractor o mercenari come in tanti li chiamano, odiati dalla popolazione più dei soldati, rischiano la vita, le tante società  che li hanno ingaggiati guadagnano fortune: e per esempio David Lesar, successore di Dick Cheney alla Halliburton, nel 2004 ha guadagnato quasi 43 milioni di dollari». Mentre Rachel (Andrea Lowe) la bella vedova di Frankie, si angoscia e indigna vedendo le immagini della famiglia dilaniata, Fergus resta indifferente, «anche loro ci ammazzano tutti i giorni, e con il suo cellulare il ragazzino avrebbe potuto fare esplodere una bomba a distanza». Gli importa solo di trovare il responsabile della morte dell’amico e vendicarlo. E lo farà  in modo feroce sbagliando bersaglio. Ken Loach non ha mai perdonato a Blair e al governo del suo paese l’intervento in Iraq, e proprio adesso che i giornali spacciano per pace le casuali stragi quotidiane anche in Afghanistan, dove tre giorni fa sono stati uccisi due soldati italiani, il regista ci obbliga a non dimenticare, a non diventare indifferenti alle immagini di quei padri che corrono disperati con in braccio i loro figli fatti a pezzi, alle grida di quelle madri che hanno perso in un attimo tutti i loro figli, ai numeri astratti delle vite spezzate. «A cosa è servito tutto questo dolore? A creare ricchezze criminali immense, e per esempio in un rapporto ufficiale, Stuart Bowen, ispettore generale per la ricostruzione in Iraq, ha rivelato che più di 9 miliardi di dollari sono stati divorati dalla corruzione e dalla frode».
L’idea di affrontare l’imperdonabile tragedia irachena dal punto di vista dell’industria mercenaria è venuta a Loach e a Laverty assistendo a Glasgow al funerale di un contractor, che ha ispirato una scena del film: «Quando tornano i caduti in terra straniera, vengono accolti da eroi: autorità  in silenzio, bandiere, saluti militari, musica solenne. Niente di tutto questo quando le bare sono quelle degli agenti di protezione privata, dei contractor: sono morti che è meglio nascondere, morti imbarazzanti come tanti morti sul lavoro, visto che ormai il loro un lavoro lo è, diventato ormai indispensabile a guerre sempre più inutili».

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